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Viva Gattuso

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Due parole ancora da scrivere aleggiano tra i quartieri spagnoli e il lungomare, sono a caratteri cubitali, quasi come vergate da un pennarello indelebile su un muro sgangherato. Un po’ come quei Forza Milan con cui il piccolo Rino imbrattava i muri della sua Schiavonea, d’altronde la nuova città di Ringhio è quella che al suo sempiterno idolo calcistico ha dedicato ben due murales, quindi renderla nero su bianco non dovrebbe essere una bestemmia. Viva Gattuso, suona pure bene, quasi da propaganda carbonara risorgimentale.

E pensare che, dato che siamo in tema di metafore, proprio qualche mese fa, quelle sul neo allenatore azzurro erano decisamente meno felici, “Abbiamo mandato via il professore e ora ci allena il bidello” diceva qualcuno, con un neanche troppo malcelato riferimento al rapporto più che professionale tra il vecchio, Carlo Ancelotti, e il nuovo: Gennaro Ivan Gattuso.

Ronaldo e Gattuso

Gattuso cuore e grinta, Gattuso l’8 del Milan e della nazionale, quello delle risse e dei musi duri con Poulsen, Jordan, Ronaldo, l’altro Ronaldo, quello della cura tutta corsa e aggressività, sì, gli stereotipi sono molto più difficili da cancellare di una scritta fatta col pennarello.

Come se poi, avere un cuore fosse un problema, come averne viste di cotte e di crude o aver superato ostacoli a suon di “cazzimma”, perché i primi anni di Gattuso allenatore sono stati questi.
Dalla dolce Sion al meno dolce Zamparini, che sicuramente non presta attenzione ai curriculum calcistici quando si tratta di prendere delle decisioni, poi l’Ofi Creta, progetto ambizioso, idee tante e sghei pochi, dove addirittura finisce con l’aiutare i giocatori ad andare avanti.
Allora di nuovo Italia e riuscire a riportare il Pisa in cadetteria dopo playoff ai limiti della guerra civile contro il bel Foggia di De Zerbi, ma l’anno dopo il giocattolino si rompe nuovamente, stipendi non pagati per mesi e retrocessione.

Se la testa suggerisce di mollare, il cuore ci spera ancora. Squilla il telefono e ad accontentarlo è la chiamata del Milan, la squadra della vita, dove ha sputato sangue per 13 anni, dove ha alzato trofei e corso per 11. L’offerta per allenare la primavera, dopo 3 mesi si ritrova sulla panchina dei grandi in grado di portare i rossoneri ai livelli più alti da 8 anni a questa parte, sfiorando la Champions per un punto con una squadra più che normale, valorizzando al massimo il materiale umano a disposizione. Vuole migliorare la squadra, ricevendo in concambio un tutto sommato va bene così. Si alza dal tavolo con in tasca un contratto per altri 3 anni, lo strappa, perché il Milan non potrà mai essere una questione di soldi.

E poi, poi deve sostituire il padre calcistico e ci riesce bene, anzi meglio, nonostante l’ambiente a Castel Volturno non fosse di certo primaverile. Bastano sette mesi per alzare un trofeo e puntare alla Champions. Cuore e grinta, ma non solo.

Gattuso Coppa Italia
Foto: gianlucadimarzio.com

Talvolta è meglio accontentarsi e lasciar perdere le voci altrui, troppo difficile far cambiare opinione, anche con le crude prove della realtà.
La realtà di una squadra che ha principi solidissimi, sviluppa l’azione dal basso con pazienza, gioca sempre in 30 metri, si muove all’unisono e si affida alla tecnica dei suoi più fini dicitori. Una squadra spaccata da diatribe e risultati deludenti e che ora si è stretta attorno al suo centro di gravità, soprattutto quando questo ha vacillato, quando ha perso uno degli affetti più cari e si è sentito fragile come tutti noi.

Evidentemente, proprio come ha detto Gennaro Gattuso, esiste veramente un Dio dietro a questo gioco, un Dio che toglie e dà, e che finalmente ha deciso di donargli quello che meritava, per cui aveva tanto sudato e per cui già da domani comincerà a sudare di nuovo.

Le prime gocce dell’alba inizieranno a sgretolare il marmo della statua, fino ad arrivare al cuore, dove l’acqua non riuscirà a penetrare nelle insenature e scivolerà come una goccia d’olio sul parquet, non fermandosi mai. Perché nulla potrà compromettere l’orologio di quel bidello che studia da rettore pur non avendo mai preso 7 a scuola, quello che di strada da fare ne ha ancora tanta, quello di un uomo vero in un calcio talvolta appannato come la vista dietro ad un pannello di plexiglas.

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