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Una domenica da Serie A

La domenica, il giorno del riposo, del “non pensare a niente”, 24 ore piatte di principio che vengono smosse dal campionato di Serie A, ormai spezzettato in tre giorni, lasciando tutti un po’ contenti e un po’ infelici, perché c’è sempre qualcosa da vedere, ma non sempre qualcosa di entusiasmante da apprezzare.

Da sempre il calcio italiano è visto come un agglomerato di cervellotici tatticismi col fine di prendere meno gol dell’avversario, piuttosto che come una mistura di talento e spettacolo per far divertire gli spettatori. Il calcio non è uno show, o almeno non in tutte le sue parti essenziali, ed è proprio la nostra Serie A a confermare tale principio. Il calcio è emozione, romanticismo culminato in un tagliente 20 gennaio.

Cosa possiamo chiedere di più da una giornata che di base ha lo scopo di ricaricare le energie per la settimana successiva? Tutto. Risponde un qualsiasi tifoso, un cuore alla ricerca di determinate emozioni che solo un prato verde e 22 giocatori, sconosciuti tra il resto, possono trasmettere.

E così ogni tanto, carichi di un’incosciente responsabilità, i protagonisti, proprio quei 22 sopracitati, sono autori di avvenimenti dall’incredibilità infinita in grado di distruggere l’idea di coincidenza. È tutto reale.

Il ritorno di Okaka e Muriel

“A volte ritornano” e così hanno fatto; Stefano Okaka e Luis Muriel segnano all’ennesimo esordio in Serie A. Una romantica storia di chi qualche anno addietro sembrava potesse spaccare il mondo con le proprie corse. Simbolo di una generazione nata per fallire e smentire, i due attaccanti sono l’emblema dell’adattamento naturale di un essere umano. Una conformità tra sentimenti e fisicità, trasmettere ad un luogo di pace interiore una vibrante emozione difficilmente tangibile, ringraziandolo alla propria maniera.

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Foto: sportfair.it

Duvan Zapata ha scalato la cima

C’è chi invece è rimasto per tutta la carriera appigliato ad un margine di incertezza, in bilico tra l’essere grande e il mediocre. Un talento che si muta in autotrofia, capace di nutrirsi delle proprie qualità, conducendo ad un’inevitabile autodistruzione. 4 gol al Frosinone per smentire tutti e per gridare al mondo intero, o per lo meno a chi era seduto sul divano ad ammirarne le gesta, “ci sono anche io, questa volta per davvero”. E possiamo assicurare che le corde vocali di Duvan Zapata funzionano alla grande, perché nessuno può essere indifferente al suo strapotere fisico che unito ad un’inedita prolificità lo rendono il giocatore più in forma di Europa.

Immortalità

Apparente o reale, chi vive nel cuore delle persone non morirà mai. Apparente dicevamo, ma quando smetterà Fabio Quagliarella di essere Fabio Quagliarella? Una domanda a cui nessuno risponde, se non lui, controbattendo a suon di gol, giocate, spallate e sorrisi. Impossibile dargli una data di scadenza quando ogni giorno che passa l’attaccante rinvigorisce. A questo punto viene da ragionare sulla concezione del “terrapiattismo” e della totale negazione del concetto di evoluzione darwiniana. Perché su Quagliarella non ha effetto?

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Foto: gazzetta.it

Reale, purtroppo, anzi per fortuna, perché l’immortalità riesce a dare un senso alla morte. E così, in una famelica partita fiorentina, i viola riescono ad acciuffare il pari contro una Sampdoria in lucente forma. A tempo scaduto è il tacchetto di German Pezzella, il capitano, a sfiorare la palla quel tanto che basta per spingerla in rete. Quasi spinto da un’aurea metafisica, dal soffio del vento in grado di innalzarlo e farlo concludere in porta. Devoto ad una fede radicale, si toglie la fascia da capitano e la bacia, guardando il cielo e ringraziando chi da lassù è riuscito a farlo segnare. Quattro caratteri, tra il fango e il sudore di chi è comandato da qualcosa che rompe la fragilità della razionalità umana, “DA13”.

Sono le 17:31 e non è ancora finita. Cosa si poteva chiedere di più da una giornata di riposo?

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