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Ti regalo un pallone

Ad sfondo giallo robinodds guadagna con le partite di calcio

Questo pezzo non vuol essere una mistificazione di un fenomeno sportivo che ruota attorno al mondo del pallone, ma un tentativo di spiegazione di come tale evento incida concretamente sulla vita di chi ne è attratto, innamorato, e forse, a tratti ossessionato.

Immagino di fare un viaggio e di cercare di capire la portata ed il significato di un pallone in Italia, proprio ora che tutti i nostri palloni sono fermi in angolo della stanza a prendere polvere.

Il mio ipotetico pellegrinaggio rimane circoscritto al mio paese natio,
ma allo stesso tempo vuole elevarsi come fedele spaccato delle contraddizioni, dei problemi, dei sorrisi, dei pianti dell’Italia intera, della lontananza e del silenzio.
Dunque scrivo da Castelleone, provincia di Cremona, ma per il mio cuore più vicina a Bergamo e Brescia, zone che in questo momento hanno paura, ma dalle quali arriva un chiaro messaggio, cantato all’unisono da migliaia di persone che si ritrovano sul balcone per applaudire: siamo tutti parte della stessa squadra. 

Calcio piazza bambini
Foto: Unsplash.com

Il mio viaggio non può che iniziare nella piazza principale del mio paese, sulla quale troneggia il Torrazzo, alto e regale, simbolica ancora di salvezza per un paese intero.
I miei cauti passi sulle larghe pietre della piazza incrociano lo sguardo di un bambino, mano nella mano cerca di trascinare il padre verso l’edicola.
Li seguo, e mentre sfoglio la prima pagina della rosea percepisco la felicità del piccolo; si guarda attorno estasiato, sognando di poterci vivere dentro l’edicola.
Di tutti quegli articoli però uno più di tutti lo attrae, quasi lo rapisce. È un pallone, uno di quelli semplici, di quelli che al primo calcio potente finirà disperso, di quelli che quando soffia il vento vengono trascinati via come fossero granelli di sabbia.
Il sorriso si trasferisce sul viso del padre che forse rivede in quei momenti il sé stesso di quell’età e che non riesce a negare al ragazzo la gioia di tornare a casa con un pallone nuovo, a convincere la madre ci penseranno dopo.

Uscito dall’edicola mi allontano di qualche metro, ma la mia passeggiata viene bruscamente disturbata da un incedere di passi, forti e decisi. Sono tanti, sembrano un esercito: indossano felpe tutte dello stesso colore con il cappuccio appoggiato sulla testa, qualcuno di loro ha in mano una bandiera, ma la maggior parte è ben rifornita di birra. Questi ragazzi sono l’evoluzione di quello che potremmo chiamare “Homo – Calcio“.
Ricordate quel bambino dell’edicola? È cresciuto ed insieme ai suoi amici oggi andrà a sostenere, con il cuore e con la voce la squadra per cui fa il tifo. Non porterà con sé armi o cattive intenzioni, ma soltanto una maglia come corazza ed una sciarpa come spada. 

La mia camminata continua, si ferma davanti ad uno dei bar storici del paese, uno di quelli che è intriso della storia recente di un comune in cui tutti si conoscono. Fuori, approfittando della giornata soleggiata sono radunati una manciata di clienti abituali, che ormai da anni hanno trasformato le ormai vecchie e consumate sedie di plastica nei loro personalissimi troni. Dalla propria posizione, attenti solo secondariamente alla quantità di vino che il loro bicchiere ancora contiene, stanno discutendo in maniera piuttosto pittoresca ed animata della partita andata in scena la sera prima. In quel gioioso mix di urla e vino c’è chi bestemmia rumorosamente scuotendo la testa perché in totale disaccordo con la soluzione tattica proposta dall’amico, c’è chi sta in silenzio sorridente ed ogni tanto, quasi con timore prova ad esporre la propria idea venendo sovrastato dalle urla dei compagni. Entro al bar ed ordino un caffè, il barista sorridente mi porge la tazzina ed insieme ad essa arriva una domanda semplice, un interrogativo: “Oggi?” L’amico si riferisce alla partita che la squadra del paese dovrà disputare nel pomeriggio, io mi limito a sorridere e a copiare piuttosto male una frase televisiva di circostanza: “Oggi è dura” . Lui abbozza un sorriso, si riprende la tazzina e va a servire i signori che al tavolo hanno scelto di inondare la loro discussione con un altro generoso bicchiere di vino.

Bar sport goal
Foto: Unsplash.com

Proseguo il mio pellegrinaggio. Da lontano, in mezzo alle foglie cadute ed agli alberi spogli del viale si sente un eco: urla e schiamazzi che si trasformano, infine in un corale grido di gioia 

La squadra delle giovanili del paese è andata in vantaggio contro i più accesi rivali, una rivalità campanilistica, sana ma sentita di cui il calcio è massima espressione di confronto. La partita è ormai finita ed i ragazzi corrono nello spogliatoio a festeggiare: l’unione tra i due paesi nel periodo di difficoltà è stata genuina, ma il derby è il derby. Ci sono battute, prese in giro e sfottò tra i genitori, tra i dirigenti.

Due ragazzi si allontanano assieme, sulle spalle due borsoni dai colori diversi; “dobbiamo fare i compiti”, la rivalità può aspettare.

Poco lontano da questa scena gioviale incrocio lo squadro trafelato e nevrotico del responsabile della squadra. Godutosi per qualche attimo la vittoria si è già proiettato mentalmente e fisicamente alla preparazione della partita dei più grandi, pronto ad accogliere i giocatori avversari ed i propri dirigenti con un sorriso ed un “buona partita”.

campo provincia
Foto: Unsplash.com

I giocatori, che durante la settimana sono operai o direttori di banca, amministratori di un’azienda o gestori di un ristorante hanno tutti un unico pensiero nella testa: buttare quel pallone nella rete e battere il centrocampista ospite che qualche anno fa gli aveva rubato il posto in squadra. In panchina l’agitazione è palpabile, tutti si alzano, vociferano, urlano ed incitano i compagni in campo. Poco più avanti, delimitato da una linea bianca di gesso l’allenatore è sotto pressione come se stesse per iniziare una finale di Coppa dei Campioni; poco importa se domani dovrà sottoporre i suoi alunni ad una temibile verifica d’inglese che nemmeno ha preparato. 

Dal lato opposto del campo, comodamente seduti sui gradoni di pietra, un uomo di mezza età parla con l’amico di vecchia data ricordando i tempi in cui erano loro a scendere in campo. Poco distanti, le mamme discutono dell’andamento scolastico dei propri ragazzi, talvolta sovrastate dalle urla dei mariti che incitano i figli forse con un po’ d’invidia perché su quel campo vorrebbero esserci anche loro.
Io sono in un angolo; il blocchetto per gli appunti è pieno di numeri ed azioni di gioco. Osservo tutto quello che mi circonda: i colori, i suoni ma soprattutto le persone . E allora, ripensando al mio viaggio mattutino capisco, forse fino in fondo che il calcio, quello vero, non è ciò che ho visto in televisione qualche ora prima ma il gol del mio centravanti che mi ha fatto staccare la penna dal foglio ed alzare le braccia al cielo sorridente. Il calcio è di tutti, il calcio è per tutti: è il sorriso di un bambino che esce dall’edicola con un pallone nuovo.

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