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Superclàsico senza frontiere

“Questo derby non s’ha da fare” una frase di un romanzo, il più famoso d’Italia, per descrivere una sfida su cui si potrebbe scrivere un romanzo. Boca-River in Argentina non è solo il Superclàsico, una partita di pallone, ma il prodotto di una contrapposizione sociale, politica, economica e quasi religiosa fin dalla prima edizione datata 1913, sospesa per rissa dopo 30′.
E forse non poteva andare altrimenti, per la prima volta Boca-River sarà infatti l’ultimo atto della Copa Libertadores, il trofeo Sudamericano più importante, l’ultima volta della finale andata e ritorno. Una sorta di passaggio di testimone al format europeo, un cambiamento che toglierà inevitabilmente l’aura mistica ad uno scontro dai connotati omerici. La contaminazione, agli occhi del popolo un sacrilegio, è però già iniziata, e francamente sembra inevitabile.

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Se all’andata è stata la natura a spostare di 24 ore la storia, allagando il barrio della Boca, al ritorno ci ha pensato l’uomo ad avvelenare la magia con il peggior mezzo possibile: la violenza. Ciò che è accaduto alle porte del “Monumental”, alla vigilia di un avvenimento che aveva scaturito interesse globale ha di fatto, ancora una volta, bloccato sul nascere il tentativo dell’Argentina, del calcio argentino di modificare la sanguinosa immagine creatasi al di fuori del Sudamerica. E diventa naturale additare i tifosi millionarios come criminali, parte di un popolo retrogrado che basa la propria cultura sul calcio, utilizzato come mezzo per scacciare i fantasmi di un paese sempre in bilico. Se il gesto dei tifosi della banda è assolutamente ingiustificabile, altrettanto discutibile è il comportamento tenuto dalla federazione sudamericana, la CONMEBOL che con il proprio comportamento bipolare ha contribuito a creare una situazione inverosimile.

Per l’andata alla “Bombonera” non furono tenute in considerazione alternative valide per cercare di proteggere il campo dalla pioggia annunciata,  posticipando alla sera successiva con colpevole ritardo, con molti supporter già allo stadio. Scelta che comunque limita i danni, trovando un compromesso tra i voleri delle società e quelli del popolo. Al ritorno i vertici sudamericani si sono trovati stretti in una morsa e non sono riusciti a mantenere lucidità.

I giocatori del Boca, aggrediti sul proprio pullman scortato da soli tre agenti e praticamente dato in pasto ad una famelica folla di “tifosi” rojoblancos arrivano allo stadio con la forte volontà di non scendere in campo. Il primo passo è stato mandare gli stessi medici che visitarono i giocatori del River nel 2015 dopo un lancio d lacrimogeni dei tifosi azul y oro all’ingresso del tunnel, episodio che, dopo la perizia decretò la sconfitta a tavolino del Boca (coi cugini che poi vinceranno la Copa).

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Foto: gonfialarete.com

Una situazione che crea un precedente (sebbene comunque lì si trattasse di scompigli creati all’interno delle mura dello stadio, e non all’esterno, differenza sostanziale) e fa andare su tutte le furie il mondo xeneize con Tevez e Benedetto, esponenti di maggior spicco anche fuori dal rettangolo di gioco, ad insinuare un presunto manipolo di millionarios in seno alla federazione.

Stando alle voci provenienti dallo spogliatoio gialloblù, infatti, nessun medico della Federazione si sarebbe fatto vivo per visitare i feriti, ma la CONMEBOL avrebbe comunque spinto per giocare. Il secondo passo , è stato un ridicolo tentativo di rinviare più volte il match con continui cambiamenti di orario, molte trattative con i vertici delle società, per una volta sulla stessa linea d’onda. Il colpo finale del weekend è stata la richiesta di aiuto alla FIFA, una mossa alla Ponzio Pilato. La Federazione diventa caprio espiatorio di una vicenda difficilmente riducibile ad un solo colpevole, schiava di un River schiacciato dal comportamento dei propri fans e di un Boca vittima, ma con una spada di Damocle sulla testa, la minaccia della squalifica dal campo per le frasi ingiuriose dei propri tesserati.

La finale delle finali diventa la finale senza finale, una questione quasi politica con continui meeting all’interno del Monumental, richieste, ricatti decisioni, ritrattazioni, un perfetto mix tra una telenovelas sudamericana ed un thriller con continui colpi di scena fino ad arrivare, infine, al rinvio a data e luogo da destinarsi

”E se il termine gallina non fosse un dispregiativo per indicare un nemico storico, ma semplicemente la descrizione di un manipolo di dirigenti incompetenti?”, questo uno dei tweet più condivisi dai tifosi del Boca, ma anche dagli appassionati del gioco e del Sudamerica che non vedevano l’ora di godersi lo spettacolo. Perché in fondo è stata una sconfitta su tutta la linea di un movimento che è molto, molto di più. Dal canto suo, dal quartier generale in Paraguay, la federazione sa di dover trovare una rapida soluzione, così pochi giorni dopo ecco un incontro a Laguna, un Angelici deciso a far valere i propri diritti con la consapevolezza di avere il coltello dalla parte del manico si oppone a D’Onofrio, prigioniero dei fatti accaduti per colpa della propria tifoseria. Dopo giorni di speculazioni, proposte, tentativi di riappacificazione e trattative, la CONMEBOL prende una decisione, si giocherà il 9 dicembre alle 20:30 al Santiago Bernabeù, il tempio del calcio europeo. Il Superclàsico si giocherà, ma è una vittoria di Pirro, la finale del trofeo Sudamericano più importante e romantica si svolgerà dall’altra parte del globo.

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Foto: en.as.com

Al fiume di polemiche si aggiunge anche Marcelo Gallardo, allenatore dei millionarios, definendo una vergogna totale la scelta di giocare fuori dal Sudamerica “la finale del secolo”, non a caso proprio il River attraverso i propri rappresentanti aveva fatto sapere di non voler giocare a Madrid, vista la difficoltà dei propri sostenitori nel raggiungere la Spagna. Altro paradosso, essendo stati i tifosi stessi a far sprofondare il Superclàsico in un’ inedita situazione. Da Montevideo arriva la perentoria risposta di Alejandro Dominguez che ha spento forse definitivamente ogni fuoco, garantendo una parità di biglietti a disposizione per entrambe le tifoserie, tagliandi che, al contrario di quanto detto da Gallardo, sono già andati a ruba.

Proprio questo fatto fa riflettere, in un paese di continue lotte dal punto di vista sociale, in cui si cerca di livellare il distacco economico tra persone estremamente povere e altre troppo ricche, il calcio diventa un veicolo sociale per sfogare le proprie emozioni che a volte sono semplici passioni, altre veri e propri istinti repressi.

Forse, nonostante tutto, è proprio questo ciò che ci fa amare così tanto il calcio argentino, anche la più catastrofica bufera verrà spazzata via da una partita di pallone, la stessa che la aveva causata. E non importa che il palcoscenico sia la Spagna, la finale delle finali sta per giocarsi, e sancirà il vincitore della copa Libertadores più seguita di sempre, nonostante tutto.

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