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Simone Verdi, l’artista che dipinge con i piedi

“Coming back to where you started is not the same as never leaving”

Tornare dove si è iniziato non è la stessa cosa che non essere mai partito. Chiedete agli studenti che hanno sposato il progetto Erasmus. Chiedete a chi ha lavorato per un anno all’estero.

Chiedete a Simone. Un giovanotto di origine lombarda che per delineare il suo futuro si trasferisce nei Paesi Baschi, per la precisione ad Eibar. Dopo alcuni anni, lo ritrovi su una panchina della Piazza Grande modenese. Lo fissi. I suoi tratti sono inconfondibili. Ma ha qualcosa di diverso. Ogni fine settimana, alla stessa ora, si trova su quella panchina. Lo sguardo spento e il pennello tra le dita. La tela è sempre pulita e candida. Non riesci a capire. Vorresti parlargli, ma credi non abbia interesse. Dopo un po’ di tempo, forse un anno, scopri che si è trasferito da alcuni parenti a Bologna. Al classico pranzo domenicale, più tardi rispetto al solito, verso le 15, in televisione la vecchia petroniana presenta una sua nuova creazione. Quel giovanotto non è più seduto su una panchina e le sue tele non sono più vuote. Ora è uno dei migliori artisti in circolazione. Ora dipinge con entrambi i piedi. Chiunque desideri un quadro non esiti a chiedere a Simone, Simone Verdi.

Le piante che impiegano diverso tempo a crescere e maturare sono le più belle e le più durature. Anche le persone che fanno fronte ad un’estenuante gavetta, a lungo andare, risultano le più valorose. Che Simone Verdi abbia raggiunto un alto livello a 25 anni non è sinonimo di poca qualità, anzi, ma di una preparazione che permetta al ragazzo di adattarsi alle situazioni più spinose nella vita di un calciatore. Calciatore sì, perché ormai il giocatore lombardo può essere definito tale in tutte le sue forme.

Cresce nelle giovanili del Milan con le porte del paradiso facilmente accessibili grazie alle magie di gente come Kakà, Rui Costa e Shevchenko. Ma come il destino gli aveva già anticipato le sue radici non potevano essere collocate esclusivamente sul suolo di Milanello. Infatti, Ronaldo il Fenomeno e Alessandro Del Piero lo trasformavano di domenica in domenica da serpente a zebra, ma con l’animo sempre legato al diavolo rossonero.

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Simone Verdi con la maglia del Milan

Che avesse delle ottime qualità nessuno lo ha mai negato. Ma che nessuno abbia mai puntato realmente sul giocatore fa storcere il naso sulle potenzialità degli osservatori. Come la storia recente insegna, chiunque abbia del talento non valorizzato prende il primo aereo e lascia lo stivale in cerca di nuove fortune. Fuga di cervelli. In ogni caso, fuga di genialità.

Dopo i rossoneri, Torino, Castellamare di Stabia ed Empoli.

Con i granata 16 presenze e 0 gol. In panchina un certo Gian Piero Ventura. Lo stesso Gian Piero che era al Dall’Ara per ammirarne le magie il 19 settembre contro l’Inter. Lo stesso Gian Piero che entra nella lista di chi non ha creduto in lui. Lo stesso Gian Piero che lo vorrebbe con sé al prossimo mondiale.

In Toscana invece, con la casacca blu e bianca, sembra aver trovato la sua dimensione, siglando 6 gol in 3 stagioni. Pochi per credere in lui, troppi per i rimorsi che riaffiorano 3 anni dopo.

Aereo low-cost destinazione Eibar. C’è aria di cambiamento, a testimoniarlo la sua nuova pettinatura biondo platino. Quello che il giovane riesce ad ottenere dalla Spagna è più uno sviluppo formativo che sportivo. 9 presenze, 0 gol.

Torna in Italia. Il solito montato che se la crede. Il solito montato che inveisce contro il sistema senza ammettere di non essere all’altezza.

Carpi, 3 gol in 8 presenze, un rapporto assolutamente positivo. Ma non basta. Nessuno riesce a vedere il Simone Verdi che faceva faville lungo il Naviglio.

Come in ogni favola il lieto fine esiste. Il maestro Donadoni accoglie l’allievo sotto la sua ala protettrice promettendogli fedeltà e parsimonia.

Stagione 2016/ 2017. Un nuovo inizio. Un numero inedito sulle spalle per lui che tutto è fuorché una prima punta. Il Dall’Ara ha il nuovo talento. Dopo Baggio, Signori e Di Vaio. 25 anni, tanta voglia di dimostrare. Quando alla scuola calcio il primo allenatore con la pancia e i baffi chiedeva con quale piede preferiva tirare, Simone non sapeva cosa rispondere. Confondeva il destro e il sinistro, ma li confondeva alla perfezione. Ambidestro. Quanti al mondo? Pochi, si contano sulle mani, forse. Puntare l’uomo, confonderlo con le finte per poi prenderlo in giro, perché qualsiasi piede li lasci libero, lui ti punisce. Nella stessa maniera.

Sacrificio, tanto sacrificio. Forse è quello l’ingrediente in più rispetto al Verdi passato. Ripiegamenti, pressing, per poi ripartire subito ed essere lucido nel concludere a rete o nel servire il compagno. Testa alta in campo. Testa bassa durante l’allenamento.

Forza di volontà e determinazione. Simone insegna come un ragazzo possa rendere tangibili i propri sogni. Lavoro, fatica, delusioni, ma rialzarsi sempre. Più forti di prima. Imparare, anche dalle esperienze negative.

12 luglio 1992. Da una calda giornata di estate il mondo ha un artista in più. Un giovanotto con sfumature iberiche che dipinge con i piedi. Simone Verdi.

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