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Rolando Bianchi e l’abbandono dell’individualismo

Si potrebbe paragonare il calcio ad un pianeta ed i giocatori a stelle che ne illuminano il cielo. Il calcio non morirà mai, le stelle lentamente si spengono lasciando solo un ricordo della luce di cui brillavano. Secondo questa ipotesi, fra qualche anno ci dimenticheremo della maggior parte dei calciatori moderni, ma non dimenticheremo mai chi da stella si è trasformato in aberrante pianeta raggiungendo la vita eterna e chi invece, pur sparendo, lascerà dietro il suo addio una scia di ricordi. E così, nel mezzo di una notte, fissando il cielo, ci viene da pensare a Rolando Bianchi, attaccante e pioniere dello sbarco italiano nella mistica ampolla della Premier League. Ci ritornano in mente le sue movenze, le esultanze rabbiose e i gol che ci accompagnavano ogni domenica, proprio come fra qualche anno ci ricorderemo di chi in questo momento sta rovinando con i tacchetti i campi di Serie A.

Ci ricordiamo di Rolando, anzi vogliamo ricordarci di lui per rivivere la nostra adolescenza e per far capire la ciclicità del calcio. Sono esistiti numerosi Rolando Bianchi e ne verranno altrettanti, piccole stelle morenti che brillano ancora dentro i nostri ricordi.

Bianchi Manchester City
Foto: passionepremier.com

L’idea che gli avvenimenti avvengano per puro caso è una visione della realtà iperbolicamente razionale. Perché un ragazzo che a 18 anni esordisce al Delle Alpi contro una delle squadre più blasonate al mondo, non può che non essere opera di un disegno del destino. Sembravo un puledrino in mezzo all’arena, ero felice, ma allo stesso tempo emozionato. Un’emozione strozzata in soli 10 minuti giocati con la maglia dell’Atalanta, la stessa emozione pronta ad essere sprigionata altrove, a Cagliari per la precisione.

Dopo un’ottima esperienza, nella mente di un professionista scatta sempre la scintilla del cambiamento. Non per mancanza di stimoli, bensì per cercare la definitiva consacrazione e per concepirsi nella propria totalità. Dopo l’esperienza sarda, nella Reggina post-Calciopoli, neo incancellabile nei fausti del calcio italiano, i ragazzi di Mazzarri si resero protagonisti di un’opera sportiva unica nel suo genere. Partimmo con -15 punti, 4 dei quali ci vennero restituiti a Novembre. Io capii subito che avremmo fatto l’impresa perché eravamo un gruppo vero. Una storica salvezza, guidata da uomini prima che da calciatori, da designatori del proprio destino, appunto.

Estate 2007, direzione Inghilterra. Era la fase embrionale di un Manchester City che anni dopo, con un’innumerevole ammontare di giocatori tesserati, riuscì a salire sul tetto del regno condotti dalle grida di Roberto Mancini.
È stata un’esperienza bellissima e difficilissima, ho faticato il primo periodo, ma poi ho capito quanto di buono avessero il calcio inglese e gli inglesi. La rinomata esperienza all’estero che tutti i genitori rimembrano quotidianamente ai propri figli. L’apprendimento di una nuova lingua e l’apertura mentale ad inconsueti orizzonti ricamati a forma di 10 su una maglia azzurra. Principio di una nuova era, forma mitologica pronta a spodestare qualche anno dopo lo scettro ai diavoli di Manchester.

Non sempre tutto si completa nelle nostre aspettative. Quando le cose vanno male, la scelta più saggia è quella di tornare dove si è stati meglio, per riabbracciare il conosciuto abbandonando l’incertezza. Lazio, preferendo quest’ultima al Torino, con cui si vociferava fosse tutto fatto. Fu una scelta dettata da una promessa: essere riscattato da parte della Lazio a discapito del Torino che optò solo per il prestito. Scelsi la Lazio perché in 4 mesi in una squadra e’ difficile far vedere il proprio valore. Il paradosso riuscì a completare il destino, mettendo da parte l’ascia di guerra e afferrando le corna. Ritorniamo al concetto esistenzialista dell’uomo. Un essere vivente che si alimenta di costanti emozioni più che di singoli avvenimenti. Conquistare i tifosi, fino a diventare il simbolo e capitano della squadra, mettendo davanti il proprio essere abbandonando il calciatore.

Gol ed esultanza rabbiosa ai tempi del Torino

Sono tutte piazze che ho nel cuore. Rivendendo la lista delle squadre in cui Bianchi ha indossato la casacca numero 9, se non concretamente almeno ideologicamente, la nostra mente non può che connettersi ai suoi ultimi anni a Torino. Per un calciatore che vive di passione, è sempre complicato esprimere una preferenza, perché oltre ai numeri personali, ciò che lega reciprocamente un giocatore ad una squadra sono le persone. I tifosi e i compagni, nonché i membri dello staff, sentirsi a casa nonostante la famiglia si trovi a chilometri di distanza, sono valori che per un calciatore eguagliano gli elogi personali.

È dal concetto di estraniazione dall’individualismo che trovare un compagno considerato migliore degli altri risulta complicato. Ne ho avuti tanti bravi, cito Nicola Amoruso, Martin Petrov e Micah Richards. Il segreto è la considerazione del singolo come componente essenziale di una collettività. Amo ogni mio goal. Ne ho fatti tanti, alcuni bellissimi e altri meno, ma ognuno di esso è stato frutto di un duro lavoro. Il lavoro alla base del successo, senza cercare di apparire, ma per brillare di luce propria agli occhi di chi realmente ci ha vissuti.

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