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Real Madrid, la legge del più forte

Noia; piatta noia. Se le maggiori competizioni nazionali all’interno dell’Europa si sono spesso e volentieri rivelate terreno fertile per mettere le fondamenta di una prolungata egemonia, leggasi alla voce Juventus, Bayern Monaco e Paris Saint Germain, in Champions League dominava una rotazione tra squadre vincitrici relativamente organica. Nessuno aveva mai vinto più di due Champions League di fila, almeno fino a quest’anno, almeno prima dell’impresa del Real Madrid.

Puerta del Sol, il vibrante centro nevralgico di Madrid, si era già riempito per festeggiare una vittoria in campo europeo; dopo un lungo digiuno, i colchoneros erano finalmente riusciti a tingere di bianco e rosso una città che ha quasi sempre visto prevalere il colore bianco, puro e candido.

Questione di giorni e anche il trofeo delle grandi orecchie finisce per accasarsi nella capitale spagnola, dove ormai vive in pianta stabile da tre anni. Ad evidenziare l’egemonia spagnola in campo europeo anche il più importante premio a livello individuale, la scarpa d’oro, viene spedita in terra roja, questa volta a Barcellona, al solito mittente, Lionel Messi.

Salah a terra dopo l’infortunio alla spalla

Atletico Madrid-Olympique Marsiglia era sulla carta una finale dall’epilogo prevedibile, i favori del pronostico erano, a torto o a ragione, ripidamente pendenti verso i ragazzi di Simeone, che non hanno tradito le aspettative uscendo da Lione con un 3-0 ed il tanto agognato trofeo europeo.
Risultato troppo pesante per un Marsiglia che aveva comunque dimostrato di poter tenere testa ai colchoneros, ma che ha pagato l’infortunio del trascinatore, Dimitri Payet, e il sanguinoso errore individuale di Anguissa, reo di aver di fatto regalato a Griezmann una situazione di 1-vs-1 con Mandanda.

La finale di Kiev segue, in un certo senso, il copione già messo in atto a Lione, il più rappresentativo giocatore del Liverpool, autore di una stagione che lo ha probabilmente elevato nell’Olimpo del calcio mondiale, Mohamed Salah, si è dovuto arrendere ad un fastidioso infortunio alla spalla, abbandonando tra le lacrime i suoi compagni e i tifosi.
È però il grave, inedito errore individuale di Loris Karius a spezzare gli equilibri di una partita fino a quel momento equilibratissima; se nella finale di Europa League l’errore individuale di Anguissa è stato di fatto accantonato, oscurato da un secondo tempo dominante di Griezmann e compagni, non si può non parlare di Kiev senza partire dalla infelice prestazione di Karius; anche forse il più bel gol di sempre nelle finali di Champions League passa in secondo piano, sovrastato da una prestazione individuale che pesa come un macigno nella bilancia del risultato.

Il paragone delle due finali in termine di xG; talvolta una partita può essere così stravagante da piegare ogni tentativo di analisi

Sergio Ramos alza la Champions League dopo aver superato nella fase ad eliminazione diretta i campioni di Francia, Italia e Germania, un cammino impervio, che dovrebbe da solo conferire una aurea di manifesta superiorità ai blancos, ma che in un certo senso lascia aperto più di un dubbio a riguardo.

La squadra di Zidane non ha mai, guardando le gare di andata e ritorno, vinto e convinto; in tutte e tre le occasioni la gara al Bernabeu è stata una sofferenza per i tifosi, risolta da un rimpallo contro il PSG, da un rigore all’ultimo secondo contro la Juve, da un clamoroso errore del portiere contro il Bayern.
Il Real Madrid sembra aver sviluppato una innata capacità di piegare il destino a proprio favore, a prescindere dalle circostanze, ed ecco che se Cristiano Ronaldo, indiscusso trascinatore nella passata campagna europea, non riesce ad incidere nella semifinale di ritorno e nella finale, i blancos riescono comunque, in un modo o nell’altro, a prevalere.

In un contesto del genere l’Atletico Madrid, eterna ed imperitura realtà in contrapposizione con quello che significa Real Madrid, sia per risultati che per concezione di quello che è il calcio, una romantica ultima manifestazione di amore imprescindibile dal risultato, dettato dai colori che scorrono incessantemente nelle vene per i colchoneros, una insaziabile sete di vittorie e prestigio per i blancos, si configurano come vittima sacrificale di un dominio senza precedenti.
Nel microcosmo di Madrid il Real riesce ancora una volta a manifestare l’incolmabile divario tra loro e l’Atletico, e questa volta non è un colpo di testa al 94esimo, od una lotteria dei rigori, è un’indiretta dimostrazione di mastodontica grandezza che oscura e pone in secondo piano la storica vittoria dei cugini in Europa League.

E ora non resta che chiedersi se anche la Champions League possa assumere i contorni di una competizione desiderata da tutti, ma ciclicamente e noiosamente portata a casa dalla stessa compagine, e francamente, dopo una così netta dimostrazione di poter giocare sul velluto anche con i più forti, è davvero difficile pensare di vedere altri colori trionfare l’anno prossimo. Ma forse, per il momento, non si può far altro che concepire i ragazzi di Zidane, gli 11 di Kiev, gli stessi 11 di Cardiff, come uno dei più determinanti, se non il più determinante ciclo della storia della Champions League, con la concreta possibilità di vedere tale ciclo proseguire negli anni a venire. Con buona pace dei colchoneros, che oramai però, loro malgrado, ci sono abituati.

Marcelo e Ramos alzano la terza Champions League consecutiva

La perfezione

Un 11 perfetto, completo e armonioso, difficilmente migliorabile, solamente perfezionabile. Nonostante le ottime parate, sull’altro piatto della bilancia, vengono a galla i diversi errori commessi da Keylor Navas che erano in procinto di compromettere i sogni di gloria dei blancos. Un estremo difensore rivedibile, sicuramente non ai livelli di saracinesche del calibro di De Gea e Courtois, inseriti nel taccuino di Florentino Perez da diverso tempo.

La linea difensiva, con l’astuzia e l’esperienza di Sergio Ramos e la freschezza di Varane, dimostra un’insolita solidità che si combina alla perfezione con la velocità di Carvajal e l’eleganza di Marcelo, personificazione di un rompicapo per qualsiasi squadra avversaria. Il centrocampo è la manifestazione della perfezione calcistica, una splendida armonia diretta da Modric, colorata da Kroos e sostenuta da Casemiro, un trio che trova la completezza nei compagni di reparto. In attacco oltre a Cristiano Ronaldo, che mette la freccia verso il sesto Pallone d’Oro, si aggiungono, senza sfigurare, i piedi e la corsa di Benzema, Isco, Bale ed Asensio, che decidono di diventare protagonisti quando le ruote motrici del portoghese necessitano una manutenzione.

Tralasciando le variabili favorevoli al Real Madrid, la probabilità che la coppa dalle grandi orecchie non finisse nel museo del Bernabeu era davvero minima. La natura della squadra di Zidane pende in una costante ricerca dei 3 punti, una costante sete di vittoria, colmata dall’ingombrante storia del club, simbolo del calcio europeo.

Memorie passate

Perché il passato ci sembra sempre migliore del presente? Rivivere le emozioni porta la nostra anima a concepire sensazioni ancora più vibranti di quelle realmente vissute, a causa della consapevolezza che il tempo è irrecuperabile. Ricordarsi i grandi campioni è più facile che godersi le vittorie presenti, i brividi dell’anno scorso sono più forti di quelli di quest’anno. La risposta è impossibile trovarla dentro di noi, ma fra qualche anno ci ricorderemo di questa magnifica squadra, di questi 11 uomini perfettamente complementari. Ripensando a queste tre finali, alla disinvoltura con cui riescono a far muovere il pallone sul prato verde, ci renderemo conto che eravamo davanti a qualcosa di unico, di raro, di fisicamente inspiegabile, ci ricorderemo della seconda era dei Galacticos e di come hanno scritto la storia del calcio.

Florentino Perez e Zinedine Zidane con la coppa

 

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