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Pillole di Calcio

A diciassette anni Ronaldo, che prende soltanto il nome della madre e quindi di Nazário da Lima e di secondo fa Luís, era la macchina più perfetta mai vista su un campo di calcio. Una struttura muscolare incredibile, la capacità di accelerare fino ai venti, ventidue all'ora senza problemi. Totalmente ambidestro, con una capacità indimenticabile di curare il particolare alla massima velocità. Non è guidare una Lamborghini Murcielago, è essere una Lamborghini Murcielago. [Federico Buffa]
“Nel calcio ci sono sensazioni difficili da spiegare. In quella finale di Berlino eravamo più forti dell’Italia, come uomini in campo e per il gioco espresso fino a quel momento, Ma non eravamo superiori in quanto a coesione squadra e gruppo. Loro erano una cosa incredibile… Si aiutavano a tutti, ad ogni errore, ad ogni azione sbagliata, Si incitavano gli uni con gli altri e si davano il cinque. Volevamo quella coppa, ma loro la volevano più di noi. Si sentiva, si percepiva nei loro sguardi. Quando passammo in vantaggio con Zizou, ricordo un particolare: loro presero la palla e tornarono immediatamente a centrocampo. Prima di battere, sentii un urlo incredibile di Gattuso, che disse “Ce la facciamo! Non possiamo perdere di nuovo contro questi qua. Cacciate le palle!”. Aveva negli occhi il diavolo... Il mondiale credo lo abbiamo perso proprio in quel momento. Si girarono tutti e 22 in campo. L’Italia diventò un muro invalicabile, e a noi venne la paura di vincere. Gattuso sapeva che quelle parole, la maggior parte di noi le avrebbe capite, ma non se ne preoccupò minimamente. Tutti parlano di Buffon, Grosso e Cannavaro, che fecero un mondiale incredibile, ma l’anima di quella squadra era Gattuso: aveva una grinta ed un temperamento capace di unire quattro squadre contemporaneamente”. [Lilian Thuram]
Centro Paradiso di Soccavo. Lì, a pochi passi dal San Paolo, palleggiava Maradona. Lì nacque la squadra dei due scudetti. Lì si allenava il grande Napoli. Lì c’era il Calcio in città. È naturale che un bambino nato da quelle parti viva in maniera intensa il legame con il pallone, che cresca con il sogno di un futuro da calciatore. Il futuro di Fabio era già scritto nelle stelle, quando il 13 settembre 1973 mamma Gegè lo partorì. Papà Pasquale a quel tempo giocava ancora in terza serie a Roma. Smise però presto, dando priorità ai figli, senza fare i conti con la passione ormai trasmessa loro per la sfera di cuoio. Fabio aveva talento, si notò subito. A diciannove anni esordì in Serie A con la maglia azzurra, in coppia con il suo idolo Ciro Ferrara. Ma il destino, complice la difficile situazione finanziaria della squadra della sua città, lo portò altrove. Prima il passaggio al Parma, poi all’Inter, alla Juve, al Real, il ritorno alla Juve... Tante squadre, in cui paradossalmente non è mai stato amato dai tifosi, coi quali ha sempre avuto un rapporto distaccato. Eppure noi lo abbiamo amato, noi tutti, sessanta milioni di italiani, lo abbiamo amato con passione quando ha indossato un'altra casacca azzurra, quella di tutto il popolo. Maglia con cui, in una calda estate di dodici anni fa, si è conquistato per sempre un posto nella leggenda, scaldando i cuori di tutti. Dai vicoli di Rione Soccavo al tetto del mondo. La storia di uno scugnizzo napoletano che ha girato e conquistato il mondo.
"La morte di mio padre mi ha distrutto, ero sempre ubriaco ma l'Inter mi ha sempre coperto. So solo io quanto ho sofferto quando papà è morto . Ha lasciato un vuoto incolmabile nella mia vita, attorno a me non vedevo nessuno. Ero solo, triste e depresso, così iniziai a bere. Mi presentavo sempre e comunque agli allenamenti ma arrivavo sempre ubriaco e lo staff mi portava a dormire in infermeria. L'Inter diceva alla stampa che ero infortunato a causa di problemi muscolari per evitare scandali mediatici, ma non era vero. Mi sentivo felice solo bevendo e non c'era notte che non lo facessi. Bevevo tutto: whisky, vino, vodka, birra. Tantissima birra. Non smettevo mai e alla fine ho dovuto lasciare l'Inter. Ho capito dopo che il problema era la gente che avevo intorno: amici che non facevano altro che portarmi alle feste con donne e alcool, senza pensare a nient'altro. Tornando in Brasile ho rinunciato ai milioni, ma ho ritrovato la felicità...” L’imperatore Adriano racconta la caduta del suo impero.
Il muto che parlava coi piedi. Scriveva Franz Kafka agli inizi del ‘900 che «il mutismo è un attributo della perfezione». Contemporaneamente, dall’altra parte del globo, a Buenos Aires, un gruppo di giovani emigrati genovesi (gli xeneizes) ha, da una decina di anni, fondato una squadra di calcio, che è promossa nella serie A argentina. Quella squadra sarà il grande amore di Roman, il più adorato di sempre alla Bombonera. Lui che è stato la perfetta incarnazione del calcio poetico e romantico. Un signore del calcio, un trequartista di quelli che non esistono più, dotati di una visione di gioco in grado di fare andare la testa dove le gambe non potevano arrivare. Già, perché le gambe del diez erano poca cosa. Per questo non era chiamato a difendere, potendosi concentrare unicamente sulla creazione del gioco, dove offriva uno spettacolo per gli occhi ogni domenica. Il ritmo, in campo, lo imponeva lui. Era capace di rallentare il gioco, fino ad addormentare la partita, addomesticando la frenesia alla propria volontà e al tempo del proprio pensiero. Toccava il pallone fino a quattro o cinque volte prima di passarlo al compagno ad un metro. Allo stesso tempo però, appena intravedeva uno spazio, non esitava a verticalizzare immediatamente. Era completamente imprevedibile. E poi, potevi aumentare la pressione finché volevi, provare e riprovare, ma non gliela portavi via: proteggeva la sfera come se in quel cuoio ci fosse la sua famiglia, aiutandosi con le braccia, ondeggiando come sopra ad una barca quando la marea è alta, senza mai perdere il contatto con essa. Se ami il calcio, non puoi non aver amato intensamente quei 182cm di fantasia da San Fernando. Schietto, riservato fuori dal campo. Ma sul manto verde, quei piedi parlavano eccome, cantavano. Il muto che parlava coi piedi. L’ultimo diez, Juan Romàn Riquelme.
In Italia si aggira ancora un giovanotto, non mollare mai è il suo motto Di invecchiare non ne vuole sapere, preferisce ancora esultare, sotto a quelli che sventolan le bandiere. Sa tacere quando la vita ti calpesta, correre a piedi nudi sotto la tempesta. Nascondersi per la sofferenza, piangere per ogni accoglienza. Perdere la voglia di sprecare fiato, per la gente che confonde apparenza e significato. Passare per infame, aspettare la rivalsa, affilando le proprie lame, senza perdere la fame. Lottare giorno dopo giorno, soffrendo, conscio che un uomo giusto in questo mondo è un pompiere all’inferno. Fare affidamento su chi, nonostante tutto, resta, su chi sapeva che l’onesto, poi, rialza sempre la testa. Dopo un capolavoro così, contro quei colori che ha amato da morire, decide di non esultare, perché l’essere viene prima dell’apparire, e il rispetto non lo puoi mercificare. Ora non ha paura, ora sorride, ora che ha vinto, che ha superato le sue sfide. Ora ha scordato le minacce per l’aldilà, ora che è tornato l’orgoglio della sua città.
Un verace toscano nella culla dell’apparire, del più caratteristico british style. Tutto fuorché acculturato. Testardo, spesso arrogante. Fermamente attaccato alle sue convinzioni e radici. Orgogliosamente anticonformista, genuino, spontaneo, vero. Ma voi, non chiedetegli di imborghesirsi, di cambiare, nemmeno dopo questo salto. L’ennesimo, clamoroso, di una carriera iniziata tra Promozione ed Eccellenza e proseguita sino in Champions League. Non cambierà, nemmeno in uno dei quartieri più chic di Londra. Continuerà a professare il suo credo, indossando la tuta di club, sempre preferita al completo elegante. Come se nulla fosse cambiato, e lui fosse ancora lì, nel centro sportivo del Sansovino, a preparare i 33 schemi da palla inattiva. Invece molto è cambiato: i tempi, i luoghi, ma non Maurizio. Lui correrà sempre, esultando dopo un gol, mentre il suo collega, a pochi metri da lui, al massimo abbozzerà un sorriso. Protesterà veementemente. Vivrà ogni partita come fosse l’ultima, con una passione unica. Risponderà a tutti in modo sincero, schietto. Eviterà di sprecare fiato, con la gente che confonde apparenza e significato. Cercherà di evadere, uscire dagli schemi, nei limiti del consentito, e forse anche oltre. Non avrà paura delle brutte figure, cosciente che la vera nobiltà è essere superiore a chi eravamo ieri. Si godrà ogni istante dell’avventura, perché sa di poco il cielo se non hai prima mangiato la sabbia dal fondo. Voi non cercate di cambiarlo, sprechereste il vostro tempo. È semplicemente sempre rimasto se stesso, e non c’è niente di più bello a questo mondo. P.S.: 12 punti in 4 partite.
Più le cose cambiano più restano uguali; le luci di San Siro muoiono, inghiottite dallo stadio ormai silenzioso. Il cronometro segna ancora il minuto 90+5, ma ha un significato diverso. Tutto sembra avere un significato diverso, o forse è solo un impressione. I tre punti però, quelli sono realtà, e portano la firma del numero 63. Doveva essere la notte del pipita, e forse poteva esserlo non fosse stato per quel mezzo piede, o per quella calma lucidità, ci avrà pensato di certo a tirare in porta quella palla. Ma forse è Patrick, che con una freddezza non propria per un ventenne, inconsciamente manovra le leggi della fisica, ed ecco che Higuain ferma il tempo, e con un lampo trova il 63. Un attimo di silenzio tombale, seguita da un'esplosione di gioia, Milano, almeno la parte rossonera, va a dormire felice. San Siro muore inghiottito dal buio, il maxischermo, sul quale ancora splendeva il nome e il numero di maglia, Patrick Cutrone, 63, si spegne anch’esso. Più le cose cambiano più restano uguali.
Il rumore dei nemici. Un tempo era proprio ciò che gli dava la carica giusta per primeggiare. Ora è divenuto psicologicamente insostenibile. Fa strano vedere lo Special One, che ha costruito la sua carriera più sull’aspetto emotivo che su quello tecnico tattico, così in difficoltà. Uno che vive di sensazioni forti, che sa usare le negatività in suo favore, per la prima volta sembra in difficoltà anche a poterne trarre vantaggio. Eppure è lampante. È lampante la sua incapacità di uscire da questa situazione, di placare il rumore dei nemici, trasformandolo in energia positiva. Non è andata bene nemmeno contro il Tottenham, una partita che valeva molto più dei tre punti, in cui la squadra ha risposto anche positivamente nel primo tempo, ma poi, alla fine, il risultato non c'è stato. Non basta la furba mossa di gonfiare il petto, andare sotto la curva, e prendersi e dare applausi. Non basta nemmeno mostrare il tre in conferenza stampa. Quel numero fa parte della statistica, della storia, del passato, perché il presente dice ben altro. C'è da dire che la società non lo ha aiutato con il mercato, e non lo sta proteggendo ora, quando Mou vive quasi da separato in casa. Ad impressionare però è il rapporto con la squadra. Assente, totalmente. La scintilla d'amore che era nata, con il Porto, poi col Chelsea e soprattutto con l'Inter, non è mai scattata. Quelle squadre sarebbero andate in guerra per lui, lo United di oggi non è nemmeno disposto a seguirlo per novanta minuti. Forse però è stato proprio questo il suo errore, la causa della sua lenta ma brusca parabola discendente. Forse voler cambiare tante città e colori, ogni volta immerso in una frenetica ricerca di una società in grado di costruirgli una squadra di campioni, hanno affievolito la sua capacità di comunicatore, la sua credibilità nello spogliatoio, quando si impegnava in discorsi su rispetto, coesione di gruppo e soprattutto fedeltà. Forse è stato lui stesso, il suo comportamento, l’artefice delle sue disgrazie. Queste sono supposizioni. Certo è il rumore dei nemici, prima debole e d’aiuto, ora assordante e debilitante nelle orecchie dello Special One.
“Dele Alli, naturalizzato inglese, ha origini nigeriane, e da noi, in Nigeria, si commettono fatti atroci per l’ordine militare che governa il paese. Tra i castighi militari che si impongono ai civili c’è la tortura e tra le più popolari c’è l’estirpazione degli occhi. Lo fanno a uomini, donne, bambini che si mettono dove non compete loro. Quelli che, dopo essere stati arrestati dai militari, riescono ad uscire coi propri occhi intatti, fanno questo gesto per mostrare di stare bene, di essere sopravvissuti senza conseguenze” [Felix Orode, centrocampista nigeriano del San Lorenzo] Un gesto ingenuo. Un’esultanza divertente, diventata virale, per la difficoltà nel realizzarla. Dietro però, un significato profondo, nobile, emozionante. Non l’ha spiegato lui stesso, perché gli eroi agiscono nell’ombra. Si è limitato ad un gesto. Un gesto per ricordarci che per quanto la nostra vita possa essere veloce, stressante, piena di impegni, non dobbiamo mai dimenticarci di ciò che accade nel resto del mondo, MAI
“Ero spaventato a morte. Erano i momenti più difficili, i mesi più complicati della mia vita“. Un periodo molto difficile trascorso a causa della paura di perdere suo figlio. “Sono venuto in Spagna e ho parlato con i medici, hanno avuto risposte diverse, non sapevamo cosa sarebbe successo domani. Non puoi concentrarti al 100% sul tuo lavoro o professione quando hai un problema di questo tipo“. Guardiola, il suo allenatore, gli aveva permesso di abbandonare la squadra per otto partite: era necessario stare accanto alla sua famiglia per affrontare insieme alcune complicazioni che sono sorte quando suo figlio Mateo aveva solo 25 settimane: “Quando torni nello spogliatoio e guardi il tuo cellulare, cominci a chiederti: “Cosa sta succedendo, sta migliorando?”. David dice, nonostante tutto, di essere migliorato per via di questa esperienza: “E’ cambiato molto il modo in cui penso alla vita. La mia priorità è cambiata, ma il mio modo di vedere il calcio non è cambiato. Matteo continua a migliorare e questo miglioramento per me è come un carburante“. A ricordare quanto passato un tatuaggio, “Never give up”: non mollare mai. Oggi in campo, insieme a papà, che tra l’altro ha anche segnato, c’era anche il piccolo Matteo
Inizia a giocare a calcio a Leszno, poi, a 18 anni ancora da compiere, si trasferisce a Pruszków, allo Znicz, nella terza serie polacca, dove si mette subito in mostra. Il suo talento non passa inosservato tanto che l’allenatore del Lech Poznan, il grande Franciszek Smuda, difensore della Polonia che ci eliminò ai Mondiali del ’74, si reca a Pruszków per vedere di persona quest’attaccante tanto apprezzato quanto alto e filiforme. Una volta arrivato al campo Smuda sale sulle gradinate. Dopo 15 minuti di partita decide di tornare a Poznan: “Se volevo osservare un albero, me ne andavo nella foresta.” Ma Robert continua a stupire: diventa capocannoniere in terza serie prima, e in serie B poi, attirando su di sé le attenzioni di diversi club. Alla fine la spunta proprio il Lech Poznan che, ironia della sorte, è ancora allenato da Smuda. Parte dalla panchina nella prima di campionato, ma quattro minuti dopo essere entrato, taglia sul primo palo e insacca un cross basso dalla destra, di tacco. Allora Smuda si rende conto di aver giudicato erroneamente le qualità dell’’albero’ Robert e gli dà fiducia. Robert non smette più di segnare. La stagione successiva è quella della consacrazione: il Lech Poznan vince l’Ekstraklasa e Robert è capocannoniere. Il ragazzo si sente pronto per tentare la fortuna in campionati più prestigiosi. Allardyce e il suo Blackburn trovano l’accordo col giocatore. È il 4 marzo, i Rovers di Big Sam ospitano all’Ewood Park l’Everton, ma più che per la partita, i dirigenti sono eccitati per l’attesa presenza di Lewandowski allo stadio, pronto a mettere la firma sull’accordo di trasferimento. Ma Robert, a Blackburn, non ci arriva mai. L’eruzione di cenere del vulcano islandese Eyjafjallajökull e la conseguente chiusura degli aeroporti glielo impediscono. In estate andrà al Borussia Dortmund. Lì, l’attaccante polacco, trova l’artefice del suo salto di qualità definitivo, della svolta decisiva alla sua carriera, facendo diventare Robert uno degli attaccanti più forti al mondo: il mago Klopp. Chissà come sarebbe andata, se quel vulcano non avesse eruttato...
Uomo, di quelli veri, di quelli rari. Campione in campo Esempio, signore, fuori Avrebbe potuto fare polemiche, perché no, dopo 25 anni, non doveva finire così. Ma non è nel suo stile. E poi, forse, un giorno tornerà, in un’altra veste, ma tornerà. D’altronde ha ragione lui, l’8 non è altro che un infinito che ha alzato lo sguardo, e noi non sappiamo ancora quanto ci mancherà il Principino.
Cuore e sangue granata, dal primo giorno e per sempre. Rolly, come è solito farsi chiamare, parla con emozione della sua esperienza in sella al toro e con lacrime quando rimembra il calore della curva Maratona. “Quando mi sono tolto quella maglia è come se mi fossi tolto l’anima”, l’essenza di un calciatore che ha trasformato l’impegno nel suo cavallo di battaglia. La fame di arrivare a giocare in Serie A, nonostante da piccolo gli dicessero che la sua strada sarebbe stata quella del modello, forse per i capelli, per quella chioma caratteristica che nel corso della sua carriera lo ha trasformato da principe a vichingo. “Quando sono arrivato in granata, i capi-ultrà mi fischiarono subito, al primo allenamento. Non gli era andata giù il fatto che l’anno prima avessi scelto la Lazio e non il Toro. Così, Jimmy Fontana mi chiama e mi dice, ‘vacci a parlare’. Subito. ‘Rolando noi quella cosa lì ce la siamo legata al dito, ora devi partire da zero e conquistare tutti”. E così fu, Rolando riuscì a conquistare i tifosi del Torino, anzi, andò oltre, riuscendo a far appassionare tutti gli amanti del calcio, di uno sport sovraccarico di emozioni. Il passato è passato, mentre il presente ci lascia un bellissimo ricordo di Rolly e del suo amore incondizionato per la maglia granata.
In Italia si aggira ancora un giovanotto, non mollare mai è il suo motto Di invecchiare non ne vuole sapere, preferisce ancora esultare, sotto a quelli che sventolan le bandiere. Sa tacere quando la vita ti calpesta, correre a piedi nudi sotto la tempesta. Nascondersi per la sofferenza, piangere per ogni accoglienza. Perdere la voglia di sprecare fiato, per la gente che confonde apparenza e significato. Passare per infame, aspettare la rivalsa, affilando le proprie lame, senza perdere la fame. Lottare giorno dopo giorno, soffrendo, conscio che un uomo giusto in questo mondo è un pompiere all’inferno. Fare affidamento su chi, nonostante tutto, resta, su chi sapeva che l’onesto, poi, rialza sempre la testa. Dopo un capolavoro così, contro quei colori che ha amato da morire, decide di non esultare, perché l’essere viene prima dell’apparire, e il rispetto non lo puoi mercificare. Ora non ha paura, ora sorride, ora che ha vinto, che ha superato le sue sfide. Ora ha scordato le minacce per l’aldilà, ora che è tornato l’orgoglio della sua città.