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Papu Gomez, a ritmo di gol

“Baila como el Papu”. Tormentone estivo, tutti la ballano, tutti la cantano. Ma quante persone sono in grado di muoversi come lui? Quante persone in campo riescono a fare le sue giocate? Quante persone sono alla sua altezza? Un ossimoro forse ingeneroso, ma quanti giocatori credono di essere migliori di lui? Tanti, troppi forse. Loro parlano, lui balla. Una danza a ritmo delle voci dello Stadio Atleti Azzurri d’Italia, scandito dal rumore del pallone che entra nel sacco. 164 centimetri di puro calcio, talento e classe. 164 centimetri che hanno reso grande la Dea. Nelle favole è il gigante ad essere buono, l’eccezione che conferma la regola, nei campi da calcio, infatti, è lui ad essere determinante.

Alejandro Dario Gomez, in arte Papu. Balliamo?

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L’esultanza di Gomez emulando la celeberrima “Papu Dance”

15 febbraio 1988. Buenos Aires. In una mite mattinata argentina viene al mondo un neonato, più piccolino rispetto alla norma, ma molto più vivace ed allegro. Una storia particolare, infatti, inizia ad appassionarsi al calcio ad età avanzata. Per la precisione fin da piccolo scorrazza per le vie della città tirando calci a degli agglomerati di stoffa, però, è solo nel 2003 che veste, per la prima volta, la maglia di una vera società sportiva. Comincia ad allenarsi con l’Arsenal, non quello di Arsene Wenger, bensì quello de Sarandì, tra i campi del sobborgo di Avellaneda. Dopo 3 stagioni ai massimi livelli nelle giovanili, il tecnico della prima squadra decide di puntare su di lui. Lo schiera esterno a sinistra, in quella zona di campo da dove poi non si schioderà più per tutta la carriera. Milita negli azzurri fino al 2007, dove in provincia di Buenos Aires viene schierato per 77 volte, nelle quali riesce a siglare 12 reti. Il destino di ogni giocatore talentuoso di origine argentina, per questioni divine, deve passare obbligatoriamente per una delle 5 sorelle del massimo campionato nazionale. Boca Juniors, River Plate, Racing Club, Indipendente e San Lorenzo. È proprio quest’ultima ad ingaggiarlo. Cambiano i colori, ma la zona rimane pressapoco la stessa. Calpesta timidamente il centro sportivo del quartiere Boedo della capitale. Se ne va un anno dopo, dopo 47 partite, dopo 8 gol. Consapevole di essere maturato, decide di accettare la proposta del Catania, colonia argentina nel bel mezzo dell’Europa.

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Alejandro Gomez con la maglia dell’Arsenal de Sarandì sotto la curva Viaducto

In Sicilia splende il sole. Alla scialuppa argentina composta da Spolli, Carboni, Silvestre, Ledesma, Bergessio, Maxi Lopez, Isco, Llama, Ricchiuti, Andujar e Alvarez, si aggiunge un piccolo uomo, che dentro di sé riserva un mondo grandissimo, fatto di deliziose giocate e di un calore immenso. Entra subito nel cuore dei tifosi rossoblu, che non smettono ancora di sognare il mix di perfezione composto dalle qualità di Mascara e Bergessio unite alla rapidità del Papu. Il picco più alto della storia del club. Il “Massimino” si trasforma, a domeniche alterne, in una bolgia, in un fortino inespugnabile, dove, per le squadre avversarie, sembra più facile risolvere un rebus che conquistare i 3 punti. Ad accogliere il funambolico esterno, inizialmente, c’è Marco Giampaolo, in cerca di una sua idea di calcio definitiva, che non riesce a trovare in Sicilia. E allora, chi se non lui? Chi se non un argentino che conosce il nostro campionato a memoria? Il 19 gennaio è Diego Pablo Simeone a subentrare al posto del tecnico di origine svizzera. Simbolo dell’Inter e della Lazio degli anni ’90, un mastino in grado di trasmettere la propria grinta anche dalla panchina. Catania resta per lui il punto di partenza di un’ascesa che lo porterà qualche anno dopo sul tetto di Spagna. Il presidente Pulvirenti consegna le chiavi del centro sportivo al Cholo, con l’unico scopo di risollevare una stagione che sembra andare in direzione infernale. Guidati dai gol del Galina Maxi Lopez, i rossoblu riescono ad ottenere un’ottima salvezza, concludendo il campionato al tredicesimo posto.

 

Le cose al Mezzogiorno proseguono a gonfie vele. La gente, il mare, l’entusiasmo di una città che non ha mai raggiunto nella sua storia una tale stabilità nella serie maggiore. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma addirittura, nell’annata 2012-2013 succede l’inaspettato. Il Papu macina chilometri sulla sua fascia sinistra, pronto a rientrare per tirare a giro sul secondo palo. In panchina invece, i capelli iniziano a scarseggiare, facendo spazio alla figura ingombrante del trentino Rolando Maran. Una stagione storica per il Calcio Catania, che si posiziona ottavo, ad un passo dalla qualificazione europea.

La carriera di Gomez ormai sembra viaggiare come una tavola da surf su un mare piatto. Galleggia, sì, ma non esalta. Per questo nell’estate seguente viene ceduto a titolo definitivo al Metalist. Quanto può durare un animo caliente tra le gelide terre ucraine? Poco. 23 presenze e 3 gol. Giusto il tempo per sentire la mancanza della sua patria adottiva. Una nuova esperienza italiana, questa volta al nord. Bergamo abbraccia lui e tutta la sua famiglia. Il vizietto della calvizie persiste, infatti, questa volta, è Stefano Colantuono che si ingegna per inserire la rapidità del Papu all’interno del suo scacchiere. A quei tempi l’Atalanta può vantare una rosa molto competitiva. Supportata dalle qualità di Jack Bonaventura e del Tanque Denis, la Bergamasca riesce a posizionarsi settima. Alejandro, invece, non è così in sintonia con l’aria lombarda e non riesce ad esprimere al massimo le sue potenzialità.

“Se c’è un essere supremo, deve essere pazzo.” [Marlene Dietrich]

Può esistere una Dea senza il suo corrispondente maschile al fianco? Una divinità, una guida, un esempio per tutti. E, così, dopo 4 anni di assestamento, condotto dal pastore Gasperini, Alejandro Dario Gomez si eleva alla sua massima forma. Una metamorfosi, prevista dal Dio del calcio, un giorno di sole, mentre il folle talento maturava lentamente tra le vie di Avellaneda.

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Capitan Gomez dopo il gol segnato all’Everton in Europa League

L’altezza non fa l’uomo. L’animo è tutto ciò che conta. Il talento non ha una forma fisica, le divinità sì. Un piccolo essere, che riesce a rendere grande tutto ciò che tocca. Il calcio la sua Bibbia, lo Stadio Atleti Azzurri d’Italia la sua chiesa, gli amanti del calcio i suoi seguaci. Come in ogni luogo sacro che esista, l’usanza collettiva più famosa di sempre, un coro e un’unica danza. “Baila como El Papu”. No, balla per il Papu, a ritmo di gol.

 

 

 

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