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Olunga, pallone d’oro

Affermarsi non è facile, perchè significa prendere coscienza del fatto che si è arrivati, che tutto quello che è stato seminato stia iniziando a dare i primi frutti.
Deve essere strano per un professionista ripensare a come, tra l’oceano di ragazzini con lo stesso sogno, sia stato proprio lui quello a emergere.
È dicembre del 2015, quando Wenger riceve un videomessaggio da un ragazzone 21enne:
“Ciao Arsène Wenger. Sono Michael Olunga Ogada, attaccante del Gor Mahia FC del Kenya. Il mio sogno è giocare per l’Arsenal. Confido che tu consideri la mia richiesta. Grazie. ”
Olunga aveva appena 21 anni ed era da poco stato nominato MVP della Kenya Premier League, dopo quattro stagioni tra i grandi; gli stadi del Kenya erano oggettivamente troppo piccoli per contenere il suo strabordante talento: il ragazzo vuole spiccare il volo, vuole giocare in stadi più importanti.
Il desiderio di Michael Olunga si avvera qualche mese dopo; dice finalmente addio al Nairobi City Stadium per accasarsi nella Tele2 Arena, con la casacca del Djugårdens IF Fotboll, Allsvenskan, prima divisione svedese.
Non era l’Emirates, certo, ma è 12000 chilometri più vicino.

Passare dal caloroso clima africano al freddo scandinavo non deve essere facile, Olunga fa fatica ad inserirsi in una cultura completamente diversa dalla sua: “Non è facile venire dall’Africa” ammette in un’intervista, ma non si torna indietro, nonostante la solitudine e la nostalgia per l’anarchico calcio del suo Kenya.
Il calcio però non è paziente, in due mesi Olunga viene già considerato dai tifosi del Djugårdens come il peggior calciatore che ha calcato le praterie svedesi in 125 anni di storia, il sodalizio svedese inizia a pensare alla cessione in qualche serie minore, ma all’improvviso il keniano si sveglia.
È la giornata 17 di Allsvenskan e Olunga segna il suo primo gol; finalmente la macchina da gol si accende, per poi non spegnersi più fino alla fine del circuito.
Saranno 12 centri nelle ultime 14 giornate, un apporto decisivo che gli vale la nomina come miglior debuttante -il premio lo vincerà Alexander Isak, adesso al Borussia Dortmund-, ora i tifosi quasi si vergognano di aver etichettato quel lungagnone come brocco, ma non avranno tempo di farsi perdonare, di dedicargli un coro.
Il Guizhou Hengfeng Zhicheng bussa alla porta della Tele2Arena, il futuro di Olunga è in Cina per 4 milioni di euro; sarà un soggiorno ancora più corto di quello svedese, dopo 4 mesi di alti e bassi l’Europa vuole riprendersi il keniano. E questa volta è l’Europa che conta. Girona, Catalogna, Liga Spagnola, un altra puntina sulla cartina geografica di Olunga, che a 23 anni può contare su un esotico curriculum: Kenia, Svezia, Cina e Spagna.

“Girona sta vivendo un sogno e voglio farne parte anche io”, Olunga è visibilmente emozionato alla presentazione; il nuovo colore sulla variopinta tavolozza del Montilivi, che spera di disegnare una tranquilla salvezza alla prima in Liga, non scalda più di tanto gli animi dei catalani; un alone di dubbi e perplessità aleggia sopra quell’oggetto misterioso arrivato l’ultimo giorno di mercato.
L’incertezza attorno al secondo keniano ad assaporare la Liga -dopo McDonald Mariga, a Parma magari qualcuno ancora lo rimembra- è giustificata, l’attaccante è inchiodato in panchina, non rientra nei visionari schemi di Machìn, che gli preferisce un eccellente Cristhian Stuani.
Il 14 del Girona inanella solo anonimi spezzoni finali di partita, appena 92 minuti in 9 apparizioni, a Dicembre in Spagna è ancora un oggetto misterioso, un punto interrogativo alto quasi due metri.
In Kenia, invece, sono entusiasti del loro Michael; il calcio è indubbiamente lo sport re e per un popolo che si ciba di pallone, un connazionale che gioca nella Liga è un piatto prelibato, l’orgoglio delle Harambee Stars, la selezione keniana, è idolatrato a Nairobi, dove è conosciuto come “l’ingegnere” per la sua carriera in Ingegnieria Geospaziale nella Technical University of Kenya.

Un cartellone pubblicitario di una televisione keniana guarda dall’alto Nairobi, ricordando a coloro che lo guardano la completa copertura in esclusiva delle partite di Liga. Al centro, davanti a Messi, Ronaldo, Iniesta, Marcelo, Sergio Ramos e Suarez c’è Michael Olunga.

L’opinione sul giovane cambia improvvisamente anche in Spagna, Christian Stuani si infortunia e il keniano è catapultato in campo nella sfida con il Las Palmas.
Inizia nei peggiori dei modi, fallendo una occasione solare, ma, come dice lui: “Alla fine non importa come hai iniziato, importa come hai finito.”

Prima della partita Jordi Balcells, il preparatore atletico dei biancorossi, si avvicina a Olunga per renderlo partecipe della sua personalissima visione: “Domani entri e segnerai il due a zero all’ottantottesimo, il gol della sentenza.”
Michael si sta scaldando in fretta e furia, Stuani sembra non farcela, è il suo momento. Una breve occhiata a Jordi: “ricorda quello che mi hai detto ieri”. “Anche tu”.
Non è l’ottantottesimo minuto, ma è il gol del 2 a 0, Olunga corre verso la panchina cercando con lo sguardo il suo preparatore atletico, i due si fondono in un abbraccio, in fondo Jordi è un secondo padre per Michael.
“È un ragazzo molto giovane, viene dal Kenia e arriva da un esperienza in Cina” -Jordi spiega la situazione del suo figlioccio adottivo- “ora si trova a Girona, nella Liga spagnola. Non deve essere facile.”
Non si ferma più Michael Olunga, in 33 minuti segna altri due gol e confeziona un assist per Portu; i tifosi sono strabiliati, si stropicciano gli occhi guardando increduli il tabellone, ma è successo davvero, il keniano ha segnato una tripletta, la prima nella storia del Club in Liga.
Dagli spalti si inizia ad inneggiare un coro, i tifosi intonano all’unisono un ineffabile “Olunga, Balón de Oro” , in risposta a quella inimmaginabile realtà.

Triplice fischio, i riflettori si spengono e lo spettacolo prosegue in zona mista, dove tutti cercano il numero 14, il primo keniano a celebrare un gol nel campionato spagnolo.
“Oggi è il più bel giorno della mia carriera, segnare tre gol in una competizione come la  liga spagnola è qualcosa che tutti sognano, è stata una partita incredibile, non avrei mai pensato di poter fare una cosa del genere.”

Nel 2012 Olunga era riuscito a segnarne addirittura sette, ma si trovava in un modesto stadio nella periferia di Nairobi, quando ancora difendeva i colori del Liberty Sports Academy; questa tripletta non ha niente a che vedere con quel giorno, tanto che arriva anche il battesimo del presidente della sua nazione, Uhuru Kenyatta. “Continua a far volare in alto la bandiera del Kenia”.

Tutta la Spagna inizia a conoscere Michael Olunga, Quique Carcel, direttore sportivo del Girona riassume la surreale situazione del suo numero 14: “Stavamo valutando la sua cessione, ma ora mi uccidereste. Ma il calcio è così, ora il suo futuro non può che essere a Girona.”

Olunga ce l’ha fatta, è arrivato fino alla Liga, è stato il primo giocatore del suo paese ad esultare nella penisola iberica.
Ora può riguardarsi, ridendo, quel breve videomessaggio quando la sua storia era solo un libro pieno di pagine bianche; difficilmente arriverà a sentire il profumo dell’erba dell’Emirates, ma in fondo, come dice in una intervista: “This is football, everything can happen”.
Anche perché ogni volta che torna a casa può ammirare quel pallone che ha spedito tre volte in fondo al sacco, e potrà volare con la mente a quel 13 gennaio, quando il Montilivi si staccò da terra al grido di “Olunga, Balón de Oro”.

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