Vai al contenuto

(Non) esultare come Balotelli

Ad sfondo giallo robinodds guadagna con le partite di calcio

“La felicità e una cosa seria, no?”, domanda Michele (Nanni Moretti) a Bianca nel film del 1984 che prende il nome dalla protagonista. Parlando di calcio, e precisamente di esultanze, la risposta è tendenzialmente univoca, ovvero “no”. Associamo l’esultanza ad un momento di gioia, che si manifesta verso l’esterno nelle forme più diverse: una corsa disperata, un abbraccio con i compagni, una scivolata verso la bandierina. E sono solo alcune delle possibilità che suggerisce l’immaginazione, ma si potrebbe stilare un elenco infinito di modi in cui un giocatore festeggia un gol. Per Mario Balotelli, invece, la felicità è una cosa seria, e per questo è difficile (o almeno raro) vederlo sorridente dopo aver segnato.

Non è sempre stato così, la sua è stata una trasformazione graduale, ma inesorabile. L’atteggiamento in campo si è modificato in maniera impercettibile ad ogni gol, fino a confermarsi quello stereotipato, con la faccia seria e la mimica del corpo a mostrare disinteresse. E il pubblico si è abituato, pensando che facesse parte del personaggio, ritenendo la cosa perfettamente normale. Una raccolta dei suoi primi gol con la maglia dell’Inter, nel periodo “pre-lancio-della-maglia”, lo mostra giovanissimo, senza orecchini e con i capelli corti ed ordinati. Ogni esultanza è genuina, i compagni corrono ad abbracciarlo e il suo sorriso è di quelli contagiosi, come è normale per un ragazzo che sta realizzando un sogno. Non è banale ricostruire le cause che lo hanno portato alla decisione di non esultare e dare risposta ad una domanda che, più o meno frequentemente, è sempre stata al centro della sua carriera: “Perché non sorridi quando segni?”.

Balotelli lancia maglia Inter
Foto: fcinter1908.it

«Non mi viene spontaneo [esultare]. Fare gol è il mio dovere. Se non ci riesco è come se non facessi il mio compito». Balotelli prova a spiegare il motivo della sua non esultanza già nel periodo nerazzurro, quando la metamorfosi inizia a prendere forma. Dopo il passaggio al Manchester City, anche oltremanica sono curiosi di capire a fondo le ragioni del suo comportamento, e Balotelli risponde coerentemente dicendo che quando segna è felice, ma considera il gol come un mestiere, il semplice assolvimento di un dovere. Cercare di scavare le ragioni della non esultanza di Balotelli, forse, è solo un esercizio sterile; si potrebbe semplicemente accettare che è così che lui si sente a suo agio, senza l’obbligo di mostrare la sua soddisfazione impazzendo in giro per il campo. La frase più pop che gli viene attribuita sull’argomento è del 2012 e diventa virale grazie Twitter alla vigilia degli Europei: “Quando segno non festeggio perché sto semplicemente facendo il mio lavoro. Quando un postino consegna le lettere, festeggia?” Ammesso e non concesso sia vero che nessun postino sia felice di far bene il suo lavoro, il mondo di Balotelli ha tratti rigidi, prototipati, dove fare un lavoro “normale” è noioso, mentre giocare a pallone è (o dovrebbe essere) un moto di continua allegria. E allora dei 146 gol segnati tra Italia, Inghilterra e Francia, ho selezionato cinque facce di Balotelli mentre è sul posto di lavoro: sono escluse le esultanze dopo i rigori (37) e alcune di quelle più iconiche e mainstream (“Why always me” e la più famosa con la maglia azzurra). Quelle presenti sono un’antologia che prova a ricostruire, seguendo le tappe della sua carriera, il “Balotelli-pensiero” attraverso le modificazioni del suo modo di esultare.

I dolori del giovane Mario

“Ma perché questo ragazzo non esulta mai?”. L’Inter ha appena rimontato 2-1 la Juventus ai quarti di finale di Coppa Italia e Marco Civoli, che commenta insieme a Salvatore Bagni, se lo domanda in tono esasperato, quasi insofferente per l’atteggiamento di Balotelli. Il periodo è quello in cui il mondo del calcio non è ancora assuefatto dal suo modus operandi, ma anzi si interroga, chiede, scrive per scavare le ragioni di fondo di questa scelta. Il gol è importante anche se non di particolare bellezza: Thiago Motta calcia di sinistro dal limite dell’area, Buffon respinge corto e Balotelli si fa trovare pronto per la ribattuta. È l’ultimo minuto del secondo tempo, l’Inter ha vinto, Milito e Maicon (con cui pochi secondi dopo si lascia andare ad una breve risata) corrono a festeggiarlo, ma Balotelli fa quasi per divincolarsi, come a voler evitare la celebrazione. La curva si riversa sulla balaustra e lui cammina, quasi ciondolando, sulla linea di fondo. Gli juventini lo eleggono nemico numero uno e solo pochi mesi dopo intoneranno il coro per cui se salti succede qualcosa di male a Balotelli. Perché Balotelli è questo: fa schiumare di rabbia i tifosi avversari riducendo il suo talento a qualcosa di banale, un momento chiave della partita a qualcosa di anonimo. È la genesi della non esultanza. Bagni intanto, anche lui disperato, intima a Balotelli, quasi per favore, di lasciarsi andare a un momento di felicità.

Il fascino dell’arroganza

Nel 2012, dopo 44 anni, il City torna a vincere la Premier League, contro il QPR, al minuto novantacinque dell’ultima giornata di campionato. Gli Sky Blues vestono una divisa celeste che ha un sapore più antico ed autentico dell’attuale azzurro elettrico con inserti viola. Dzeko e Kolarov sono ancora lontani dalla Capitale, Tevez ha da poco traslocato dall’Old Trafford e Roberto Mancini guida i suoi primi “azzurri”. L’arrivo degli emiri ha portato a Manchester un roster di campioni formidabili e a quelli già citati mancano Aguero, Yaya Touré, Nasri e Balotelli.

È il periodo più barocco e sofisticato della carriera di Balotelli, sia per le scelte in campo che per le esultanze. È lo stesso anno del tentativo di gol di tacco fallito durante la tournée americana e del celebre “Why always me?”. Contro il Norwich la partita è finita, mancano una manciata di minuti e il City conduce 3 a 1. Yaya Touré mette il pallone in area con un delicato tocco sotto, Kolarov taglia velocemente verso la sfera, controlla spalle alla porta, si gira e la passa al centro. Il primo tentativo di Balotelli viene respinto dal portiere dei Canaries, la palla si impenna e Balotelli la appoggia in rete con la spalla. La soluzione è eccentrica, da spiaggia; la pigrizia e l’indifferenza con cui compie il gesto, beffarde. È la quarta marcatura del City e il cronometro segna 88 minuti, quindi non esultare sarebbe non solo socialmente accettabile, ma quasi rispettoso. Ma è qui che Balotelli ci inganna, perché normalizzando con la sua espressione austera un gesto singolare e contro intuitivo (sarebbe stato più naturale spingere la palla con la testa), lo esalta. Siamo alle porte della grande illusione di Euro2012 e Balotelli è pura volontà di potenza.

Amara bellezza

Balotelli è appena tornato a Milano, in prestito dal Liverpool, dopo una stagione negativa. A fine settembre il Milan gioca a Udine, nel nuovo stadio, e indossa una ambigua divisa verde e gialla. Dopo pochi minuti l’arbitro fischia una punizione per i rossoneri: il viso di Balotelli è concentrato, gli occhi guardano nel punto esatto dove vuole tirare e solo prima del calcio tornano sul pallone. La palla finisce poco sotto l’incrocio dei pali, a destra di Karnezis. Balotelli quasi sminuisce il suo stesso gol; si gira verso sinistra dando le spalle alla porta e alza il braccio destro al cielo, ma in maniera timida perché rimane a novanta gradi e non proteso verso l’alto come potremmo immaginare. Subito i compagni lo circondano e, per qualche secondo, si scioglie in un sorriso: De Jong gli stringe la faccia con la mano e poi lo carica premendogli i pungi sul petto. Dopo aver battuto il cinque a Bacca rinsavisce, si ricorda che il gol non è un piacere, ma un compito, e torna serio verso centrocampo. Sarà l’unica marcatura in campionato di quella stagione (anche a causa di una pubalgia che lo tormenterà a lungo). Sono passati tre anni dall’europeo e Balotelli ha solo 25 anni, ma dopo il fallimento Reds e il ritorno in rossonero, le uniche cose immutate restano le mascelle serrate e la faccia seria. 

Come essere normali

Balotelli viene servito con un filtrante poco prima del limite dell’area, il controllo orientato gli permette di direzionarsi verso la porta e puntare Raggi. Il primo tocco di esterno destro sbilancia l’avversario, poi ne fa altri tre in conduzione, tira cadendo, e la deviazione del difensore inganna il portiere che viene scavalcato dal pallone. Dopo essersi rialzato, allarga le braccia, e per qualche secondo la camera rimane fissa su lui. Balotelli è serio, come gli impone il suo codice, ma il suo volto è rilassato, la rabbia e la spocchia degli anni giovanili sono alle spalle; è un ragazzo che si sta facendo uomo. La distanza da palcoscenici più prestigiosi, il fatto di non essere continuamente oggetto di gossip e aspettative gli ha dato una tranquillità nuova, mai provata. Anche i gol sono cambiati, si sono standardizzati diventando simili e anche un po’ noiosi. Adesso Balotelli è un finalizzatore vero, più attento alla sostanza che alla forma. “Io penso di essere un giocatore normalissimo, siete voi che parlate di fuoriclasse”. La versione che si vede in Costa Azzura è quella che sta trovando la propria dimensione, una sorta di pace dopo anni di aspettative.

Anche il postino esulta (Spoiler: non è una faccia da duro)

Favre lascia Nizza per spostarsi in Renania e la guida della squadra viene affidata a Vieira. Il rapporto che li aveva legati all’Inter sembra essere il punto di partenza per una buona stagione, ma giocatore e allenatore si scontrano già dai primi mesi di convivenza, i rapporti si incrinano, e a gennaio Balotelli si trasferisce all’OM. A Marsiglia la situazione è ribaltata, Rudi Garcia e i compagni riescono a farlo sentire al centro del progetto, le vibrazioni sono positive. Sempre con la Francia a fare da sfondo, a 28 anni Balotelli si torna a concedere la spensieratezza che anche i primi anni di Nizza gli avevano regalato: segnerà 8 gol in 15 presenze, Mancini lo considera un possibile nazionale e le ambizioni del club non lo soffocano. Dovevano essere cinque facce da duro, fiere e sprezzanti, ma il mondo inflessibile di Balotelli si è spezzato, e, plot twist: “Ragazzi, finalmente ne ho visto uno [postino] la settimana scorsa festeggiare e sorridere dopo aver consegnato un pacco. Così, da ora in poi lo farò anche io”. La caption, presente in un post su Instagram, spiega la reazione dopo il gol contro il Saint-Etienne. Thauvin batte l’angolo, Balotelli prende posizione allontanando con un braccio il capitano Perrin, appoggia il peso sul piede sinistro e colpisce in mezza rovesciata di destro. Corre verso il reporter del Marsiglia (a cui aveva lasciato il cellulare) e festeggia in diretta Instagram. È forse l’espressione più unica di Balotelli, il momento di massima maturità, la dimostrazione di una tecnica superiore accompagnata da una felicità sincera, libera dalle lotte interiori dei vent’anni. Il postino ha esultato, Balotelli ha esultato.

Banner giallo con cover tifover e invito ad acquistare