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Mark, il Generale

Non è mai facile giocare contro gli Olandesi, soprattutto se siamo nel primo decennio del nuovo millennio, quando PSV e Ajax arrivavano puntualmente a combattere tra le 8 migliori d’Europa.
Il Milan lo sa bene, nel 2003 contro l’Ajax a San Siro è servita la disperata zampata di Superpippo a sistemare le cose ad una manciata di secondi dalla fine; 3-2 e Milan in semifinale.
2 anni dopo sono di nuovo i rossoneri ed una squadra olandese a giocarsi il passaggio di turno, questa volta però più a nord di Amsterdam, quasi al confine con il Belgio: ad Eindhoven contro il PSV.
La banda di Ancelotti pare ricordare gli errori del passato e chiude la gara d’andata con un prezioso 2-0 a San Siro, ma con i biancorossi non si può mai star tranquilli, ed il Milan di rimonte in Champions League ne ha, suo malgrado, subite anche troppe.
Il ritorno al PSV Stadion si trasforma in un incubo già dopo 9 minuti, Park-Ji-Sung batte Dida e riapre la qualificazione; ci pensa poi Philippe Cocu a portare virtualmente i suoi ai supplementari, almeno fino al 91esimo.
Ancora una volta nei minuti di recupero, all’improvviso, dopo 90 minuti di sofferenza,Massimo Ambrosini di testa. PSV beffato e Milan che stacca il biglietto per Istanbul.
Protagonista e trascinatore di quella (quasi) storica cavalcata, poi infranta dall’incornata di Ambrosini, era il capitano dei biancorossi, ago della bilancia dell’11 ultra-offensivo di Guus Hiddink, Mark Van Bommel.

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L’urlo del Generale.

A  16 anni e 23 giorni aveva già esordito in Eredivisie, a 22 trascinava il PSV e vinceva il suo primo campionato, a 24 vinceva il premio di miglior calciatore d’Olanda (per poi rivincerlo 4 anni dopo); arriva alla sfida contro i rossoneri in un momento d’oro per lui e per il suo PSV, uno schiacciasassi che sembrava destinato più di chiunque altro ad ottenere uno storico successo in Europa .
La partita contro il Milan è per l’olandese una sfida nella sfida, essendo lui un tifoso rossonero da bambino :”quando avevo 9 anni comprai una maglia del Milan in vacnaza in Spagna. Per noi ragazzini olandesi era il miglior Club. Ci giocavano Frank Rijkaard, Ruud Gullit e Marco van Basten.”
Vedere il proprio sogno infranto proprio dalla squadra di cui si è tifosi è una delle cicatrici più grandi sui 187 centimetri del Generale Mark, ma è in realtà solo una sospensione del giudizio: il sogno di vincere la Champions League per Van Bommel è solo rimandato di un anno, deve però lasciare il suo PSV dopo  4 campionati olandesi, 3 Supercoppe d’Olanda e una KNVB beker.
Van Bommel non rinnova il contratto in scadenza: Frank Rijkaard lo vuole al Barcellona e Mark non si lascia sfuggire un’opportunità del genere. Prima di partire decide di prendere lezioni dalle suore spagnole che si trovano in un monastero a Vught, un villaggio vicino ad Eindhoven. “E’ vero, mi sono proprio chiuso dentro un monastero assieme alle suore spagnole per una settimana per imparare i rudimenti della loro lingua. E’ il luogo ideale per concentrarsi e imparare le prime parole”. A Barcellona è solo uno dei tanti fuoriclasse, come lui stesso ammette: “La rosa ha così tanta qualità che si potrebbe giocare con due squadre distinte.”, però per Mark non è un problema, dopo aver vinto il suo primo trofeo coi blaugrana, la Supercoppa di Spagna contro il Betis Siviglia, subentrando al 70esimo, in uno spagnolo ancora abbastanza forzato commenta: “non importa non essere partito dall’inizio, l’importante è che la squadra abbia vinto.” Ed è così per tutta la stagione, spesso lotta per il posto da titolare, però vince il campionato e la Champions League.
Difficilmente Mark sbaglia una partita, è il metronomo del Barcellona ed è forse quello che mancava per fare il definitivo salto di qualità ai catalani, lo stesso Rijkaard attribuisce una grande fetta del merito della fantastica annata al tuttofare olandese: “Mark è un centrocampista con una mentalità vincente, fa tutto quello che può per vincere una partita.”

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La Champions League.

Le prestazioni in campo (comunque sempre di livello, 39 presenze condite da 4 gol) sono solo la punta dell’iceberg, impianta nei compagni una voglia di vincere e di non mollare mai, capitan Charlie Puyol lo descrive così: “ha portato con sè esperienza ed una grande voglia di lavorare duramente”.

Qualche mese fa in un’intervista viene chiesto a Van Bommel di trovare un suo erede; la risposta di Mark è una definizione enciclopedica dell’adattamento nell’universo calcistico del termine “Generale”: “Ogni rosa ha bisogno di un giocatore con queste caratteristiche. Le squadre che vincono trofei hanno uno o due giocatori che dettano i ritmi in campo e spronano i giocatori quando le cose non vanno al meglio. Dicono le cose giuste per motivare i compagni e sono molto intelligenti tatticamente. Potrebbe sembrare strano, dato che molta gente pensa che questi giocatori giochino un calcio cinico e scorretto, ma non è così. Questo tipo di giocatori legge e decide le partite. Gli avversari possono anche esser più forti, ma se vinci un importante tackle a centrocampo crei un tempo di gioco in cui puoi cambiare la partita. Qualche volta devi solo fare da esempio. Questi giocatori possono vincere le partite solo con una o due giocate difensive importanti.”
Non lo ammetterà mai ma questa dichiarazione non è altro che un suo autoritratto, una descrizione del genio del pallone Mark Van Bommel.

E da vero Generale, dopo aver vinto la battaglia dello Stade de France contro l’Arsenal, Mark se ne va, il Barcellona è una realtà che ormai non gli riserva nessuna sfida e l’addio di Ballack e Hargreaves a Monaco di Baviera gettano le basi per un nuovo trasferimento, una nuova vita, una nuova lingua da imparare.
L’arrivo non è dei migliori, il lato agonistico e aggressivo di Van Bommel non passa inosservato e non mancano le critiche per la scelta fatta; Van Bommel veniva descritto da più giornali come giocatore brutto e scorretto.
Felix Magath cerca di calmare le acque facendo chiarezza sul perchè la scelta è ricaduta sul Generale olandese: “Mark non deve sostituire Ballack per modo di giocare, ma per personalità.” Come contraddirlo?

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Mark il bavarese.

I 5 anni e mezzo a Monaco sono una sintesi completa di Mark Van Bommel, il Generale conquista anche la Baviera e i bavaresi nonostante le controverse espulsioni (40 gialli e 3 rossi in Bundesliga) e i litigi coi compagni.
Nonostante tutto anche al Bayern Van Bommel è un pilastro inamovibile per l’equilibrio dei bavaresi, l’ago della bilancia del Bayern del doppio doble e della finale di Champions persa contro l’Inter, il centrocampista interditore da 19 gol in 5 anni.
Nella finale di coppa di Germania contro il BVB si rompe il naso in uno scontro aereo, ma per non saltare il finale di stagione decide di non farsi operare: “Se mi facessi operare non sarei in grado di allenarmi, e se ricevessi una botta sul naso si romperebbe di nuovo”.
Sicuramente è anche per episodi del genere che Van Bommel diventò il primo capitano non tedesco della storia del Bayern.

Il riassunto in una partita di Van Bommel, il punitore.

Qualche mese dopo la sconfitta in finale di Champions arriva forse la ancor più dolorosa sconfitta nella finale del Mondiale contro la Spagna con la sua Olanda, che aveva fedelmente servito per più di 10 anni (intervallati dall’addio causato dal litigio con l’allora CT Marco Van Basten). Anche contro la Spagna il Generale Van Bommel (che poi diventerà anche capitano oranje) ci mette l’anima, guida i 10 leoni arancioni, ma per una volta non è sufficiente, il suo ex compagno ed amico Iniesta lo colpisce alle spalle, ennesima ferita sul corpo del generale, accanto a quella inferta da Diego Alberto Milito al Bernabeu qualche mese prima.

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Non varrà un mondiale, ma quanti han fatto un gol così all’Inghilterra?

Nella stagione successiva arriva la chiamata che probabilmente Mark aspettava da molti anni, la sua prima squadra da bambino, il Milan, dopo aver rinforzato la rosa con Ibrahimovic, ha bisogno di un uomo esperto come lui per mantenere la leadership fino a fine stagione. Van Bommel non ci pensa su due volte, però lascia un pezzo di cuore nella sua Monaco: “Dopo il trasferimento mi sono sentito veramente strano, Lunedì ero ancora a Monaco, martedì giocavo in coppa contro il Genoa. Mi ha fatto davvero male, andarmene da un giorno all’altro. Il Bayern era la mia casa. Amo questo club, il mio addio è stato molto emozionale. Ho pianto molto.”
A Milano il Generale (rinominato dai rossoneri Maginifico Rettore), si presenta spiegando senza peli sulla lingua cosa significava avere Ibra nello spogliatoio: “Pesava parecchio, anche se poi la formazione la faceva Allegri. Però quello che diceva Ibra non cadeva nel vuoto. Faccio un esempio: quando volevo lasciare il Bayern e presi i primi contatti con il Milan, so che Galliani chiese a Zlatan cosa ne pensasse del mio possibile arrivo, visto che eravamo quasi venuti alle mani al termine di un Olanda-Svezia. Zlatan disse: uno come Van Bommel è meglio averlo in squadra che contro.”
Sceglie la maglia numero 4 in omaggio a Demetro Albertini, suo amico ed ex compagno al Barcellona. In rossonero il Rettore trascorre un anno e mezzo vincendo un campionato ed una Supercoppa Italiana (oltre a prendere 2 traverse nei derby) e vivendo da protagonista l’ormai ultima stagione ad alti livelli del Milan; dove la squadra si classifica seconda in campionato dietro la Juventus, arriva alle semifinali di Coppa Italia, dove perde sempre con la Juventus, e viene eliminata dal Barcellona ai quarti di Champions League.In tutte le competizioni la differenza tra vittoria e sconfitta è stata una questione di dettagli.

C’è anche lui in quel 12 maggio 2012; data che segna la fine di un’era.
A San Siro si gioca Milan-Novara, partita poco importante ai fini della classifica finale, ma indimenticabile perchè ultima presenza dei “senatori” Gattuso, Inzaghi, Nesta e Seedorf.
Al 35esimo del secondo tempo San Siro esplode per il gol,, l’ultimo, di Superpippo, il 126esimo con il Milan, per più di 10 anni trascinatore del Diavolo.
L’atmosfera post-partita è surreale, una festa di addio patita sia da giocatori che dai tifosi, si susseguono applausi scroscianti mentre i giocatori simbolo delle due Champions di Ancelotti si prendono gli ultimi abbracci della loro carriera.
Assieme a loro però una grande fetta di cori e applausi è dedicata a Mark Van Bommel, il Magnifico Rettore, arrivato solo 18 mesi prima.
Probabilmente, a modo loro, i tifosi comprendevano che il Van Bommel che vedevano allo stadio non era altro che il sostrato del determinante lavoro del Rettore a Milanello: un secondo allenatore che si inserisce con forza in un ambiente a quel tempo idilliaco.
Nell’intervista di addio Mark non riesce a trattenere le lacrime: “Lascio il Milan. Sono stato qui solo un anno e mezzo. Per me è più facile dire addio rispetto a giocatori come Gattuso, Nesta o Inzaghi, ma anche per me è dura. La vita è così, ad un certo punto bisogna andare via. Quando sono arrivato qui, tutti mi hanno detto che questa società è come una famiglia: è vero, è così.”

Probabilmente è proprio per la grandezza del Generale che ogni intervento sporco o cattivo passa in secondo piano, è inevitabile per un giocatore che mette il cuore e tutto sè stesso affezionarsi ad una realtà a tal punto da far fatica a spiegare la propria scelta senza mostrare rimpianti. Ma alla fine al cuore non si comanda, dopo aver giocato nelle 3 squadre che amava da bambino era il momento di tornare nella sua Eindovhen.

Abbandona il calcio giocato proprio dove tutto iniziò vent’anni prima, nella sua Eindhoven, tra la sua gente, chiudendo un cerchio impreziosito da successi in quattro nazioni diverse.
Non poter più calcare il terreno verde che lo ha visto protagonista per metà della sua vita, non poter più sentire l’odore dell’erba appena tagliata pesa sulla schiena del Generale, schiena che ha saputo resistere a ferite di ogni tipo, ma che non riesce a reggere l’addio al mondo del calcio.
Ed inizia una nuova avventura, a bordo campo, come allenatore, naturale evoluzione per un ragazzo che ha vestito la fascia di capitano in ogni spogliatoio.
E francamente non si può che sperare di rivedere nel calcio che conta un viso come quello di Van Bommel, il Magnifico Rettore, l’ultimo metodista Oranje.

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