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Le pantofole di Vučinić

Tra le catene montuose, lungo i confini della Serbia meridionale e l’Albania, si intravede una nazione che prende il nome dal colore delle foreste che un tempo coprivano le Alpi Dinariche: il Montenegro. Una regione di 672.180 anime sorta nel 2006 dopo aver ottenuto l’indipendenza, un giovane Stato dove si comunica tramite diverse lingue.
Tra tutte le peculiarità e l’inesperienza governativa, il 1° ottobre 1983 viene al mondo la punta di diamante dello sport jugoslavo di derivazione montenegrina: Mirko Vučinić.

Tutti hanno talento per qualcosa, la capacità consiste nel trovare il proprio campo, il luogo dove quello che si fa risulta complicato agli occhi del nostro subconscio che lo percepisce come una banalità estrema. In altre parole, Mirko riesce ad addomesticare il pallone con una semplicità sconosciuta a tutti gli altri bambini. A Nikšić viene visto come un prodigio, il ragazzino che tutti scelgono una volta vinto il “pari o dispari” per decretare il capitano che potesse iniziare a formare la squadra.

Prendi e vai, insegui il tuo sogno. La sua mente gli parla spesso alla mattina, quando fissa lo specchio e nota quei pochi peli adolescenziali che gli colorano le braccia. Prima di andare a scuola, però, controlla sempre dentro il suo armadio, aprendo lentamente quella precaria anta di legno, per vedere se la borsa bianca e blu del Fudbalski Klub Sutjeska Nikšić è pronta per l’allenamento serale. A 16 anni, Mirko diventa il giocatore più giovane ad esordire nel campionato serbo-montenegrino e a segnare alla sua prima apparizione. Il primo atto del Maradona dei Balcani, quando la lega nazionale ancora non esisteva, quando in Europa il suo nome aleggiava ancora tra le nubi dell’ignoto.

Ripensandoci, qualche anno più tardi, trovare dei collegamenti, ma anche solo delle assonanze, tra Mirko Vučinić e Pantaleo Corvino sembra impossibile. Per completare l’assurdità aggiungiamo anche una città: Lecce. Ora chiudete il triangolo, sicuramente il più bizzarro sentito nell’ultimo ventennio, e il talento montenegrino sbarca in Puglia alla corte di Alberto Cavasin.

“Voglio chiudere la carriera in giallorosso”
[Giugno 2017]

Con il Lecce 34 gol in 111 presenze

Sono trascorsi 17 anni dal primo approdo in Italia, e quel ragazzetto partito dalla Puglia per fare il giro del mondo dichiara di voler tornare nella sua città adottiva per vestire ancora una volta i colori del sole, di una squadra che dopo anni di inferno è tornata finalmente in Serie B, pronta alla scalata per ripresentarsi tra i grandi. L’umiltà di chi dopo numerosi trofei e un trasferimento stellare in Arabia annuncia di voler tornare tra i trulli e le spiagge dove passeggiando appena maggiorenne, respirando la brezza marina, sognava una carriera più umile di quella di cui è stato realmente protagonista.

Le pantofole

Mirko Vučinić gioca in pantofole, quando ha voglia accende la lampadina, compie una giocata comprensibile ad alcuni ed immaginabile da pochi, per poi riallacciarsi l’accappatoio e sparire dalla scena. Il problema di Mirko, l’incostanza che ne ha contraddistinto la carriera, una compulsiva protezione del proprio talento, quasi per paura di abusarne, di essere sotto i riflettori. La più grande ossessione del fantasista montenegrino, l’autodistruzione, il legno precario del palcoscenico che da un momento all’altro si incrina fino a farlo precipitare sotto le quinte, nell’anonimato.

Che il suo destino fosse dipinto di giallo e rosso lo scoprì dal momento che l’ostetrica gli accarezzò la testa per la prima volta. Dal giallo del Montenegro e il rosso di Lecce al giallorosso di Roma, nell’estate del 2006, ricordata in Italia non di certo per il trasferimento dell’attaccante dalla Puglia alla Capitale.

Ho dei bellissimi ricordi e il rimpianto più grande è quello di non aver vinto lo scudetto

Quei 5 anni all’Olimpico sono un agglomerato di emozioni, brividi fatti di vittorie, ma di altrettante sconfitte. Quei 46 gol che non riescono a piegare lo strapotere dell’Inter post Calciopoli, che non sono sufficienti a ricucire il tricolore sulla maglia della lupa, dopo esserci andata vicina per tre anni consecutivi. Niente da fare, le pantofole cambiano tessuto, diventano in seta, per preservare il velluto al suo interno, quei dolci piedi che sporadicamente si inventano qualcosa di geniale.

Con la Roma 46 gol in 147 presenze

Per centrare quel fantomatico Scudetto deve mettere da parte le sue tonalità, i colori del sangue e del sole, per indossare una maglia che di colori proprio non ne ha. È la Juventus di Conte, principio di sette anni di predominio futuro. Mirko viene definito dall’allenatore stesso come l’elemento più talentoso della rosa, quel calciatore che da un momento all’altro può inventarsi la giocata. “Magic Antonio” se lo tiene stretto e ringrazia i tifosi nerazzurri per quel mancato scambio con Guarin, saltato proprio a causa della protesta della Curva Nord milanese.

Due pantofole che lo portano lontano dall’Europa, in un altro continente, dove la sua poesia è poco congrua al calcio giocato da quelle parti. Tra grattaceli e attici, cerca di vedere il suo futuro, non potendo scorgere nulla di vibrante, si gira di spalle per guardare quello che è stato, quello che ha dato e che poteva dare. Un talento cristallino, troppo fragile, ma troppo ingombrante per rimanere lontano dal calcio che conta.

Chissà se il ciclo si concluderà a Lecce, nella squadra dove è diventato grande, tra i tifosi che lo hanno visto crescere, nella categoria in cui è esploso anni fa, portando i giallorossi dalla Serie B alla Serie A.
Chissà se il destino gli darà la possibilità di ripetere la stessa impresa, per essere in pace con sé stesso.
Chissà se una volta messo piede sulle spiagge pugliesi si toglierà le pantofole, per salire sul palco, schiarirsi la voce, e agire da protagonista per l’intera durata dello spettacolo, un fantastico gioco di luci dalle mille sfumature.

 

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