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Rayo Vallecano, la vida pirata, la vida mejor

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Questa è una storia di orgoglio, di ostinazione e di sinistra, quella di una volta, quella con pochi compromessi, questa è la storia di Vallecas.
Ma, è anche una storia di generosità, cuore e allegria, tutti elementi questi racchiusi in uno spazio ristretto ma non per questo peggiore o meno nobile.
Lo spazio in questione è Vallecas, comune autonomo sino al 1950 e da quell’anno inglobato all’interno della città metropolitana di Madrid di cui costituisce il nerbo operaio e verace.


A 30 minuti dalla stazione di Atocha, una volta oltrepassato il Puente de Vallecas si viene a contatto con una realtà che pare totalmente diversa dall’austero centro della capitale iberica, una realtà variopinta e multiforme frutto delle varie trasformazioni che ha subito il quartiere negli ultimi 80 anni.
Distrutto dalle bombe durante la guerra civile, ricostruito con le proprie mani dagli abitanti senza troppe lamentele e fulcro di uno dei più importanti bacini di voto della sinistra spagnola.
Casa di operai, lavoratori e giovani con idee e pensieri controcorrente rispetto a quelli del caudillo Franco.
Ma anche purtroppo disoccupati, spacciatori e balordi di ogni tipo, elementi che lo hanno reso temuto dai benpensanti madrileni e ancora più difeso dai suoi abitanti che sono i veri padri della rinascita che il quartiere ha avuto negli ultimi 30 anni.
Ora Vallecas è un quartiere moderno, sicuro, ma con al suo interno ancora quelli scorci resi immortalati da Almodovar nel suo “Volver” e cantati dagli Ska P nelle loro canzoni.


Ma soprattutto Vallecas è dal 1924 il Rayo Vallecano de Madrid, e la sua casa, il Campo de futbol de Vallecas, intitolato a una grande presidentessa del club: Teresa Rivero.
Costruito nel 1973, contiene di norma circa 14 mila vallecani tendenzialmente poco inclini all’amicizia verso altre tifoserie, specialmente se di orientamenti politici non troppo affini come gli odiati Ultras Sur del Real Madrid.
Nella sua storia però, oltre a 12 campionati di Primera Division, e un quarto di finale di Coppa Uefa ha ospitato persino Bob Dylan in uno storico concerto del 1980, i Metallica e addirittura i Queen nel loro penultimo concerto in terra spagnola.


Già i vallecani e il Rayo, una situazione in teoria estremamente simile a quella che in Italia vede coinvolto il Chievo Verona, una squadra di quartiere che lotta nei massimi campionati nazionali, ma con identità estremamente più marcata e per informazione leggere alla voce Bukaneros.
I Bukaneros sarebbero i simpatici signori che intonano il canto che avete ascoltato inizialmente , sono la frangia più estrema della tifoseria del Rayo e la più a sinistra probabilmente d’Europa, in una città Madrid che ha spesso avuto idee decisamente diverse.


Ma i Bukaneros sono molto molto di più di una gang di ultras politicizzata, dal 1991 anno della loro fondazione, lottano contro razzismo e fascismo con la sensibilizzazione, aiutano i bisognosi del quartiere e promuovono ideali insoliti per la visione storica dell’ultras.

Foto: El pais


Nella loro sede campeggia una delle loro icone, non sono Hugo Sanchez o Diego Costa probabilmente tra i più forti giocatori della loro storia, ma è Willy Agbonabvare, portiere nigeriano nazionale ad Usa 94 ed eroe del Rayo negli anni 90, bersagliato dai buu razzisti in ogni campo prima che fosse di moda e morto di cancro nel 2005 in povertà, dopo aver dovuto lavorare persino come facchino all’aeroporto di Barajas per pagare le cure alla moglie che si era ammalata prima di lui.


Willy, come il Rayo, non ha vinto titoli aldilà di qualche trofeo di Segunda Division e la squadra galleggia costantemente tra la lotta per non retrocedere e le prime posizioni della cadetteria, eppure i risultati da sempre a Vallecas contano relativamente.
Nella storia di lotta continua per non affogare del club, c’è quella di un quartiere che si è costruito da solo, di una tifoseria che sensibilizza da anni contro esempi negativi e beceri, di una comunità che si sostiene e trova in quella squadra l’orgoglio e i sentimenti che li hanno sempre attraversati.
In fin dei conti infatti, il Rayo è l’esempio di una squadra di barrio che ce l’ha fatta non cedendo ai suoi principi nonostante le difficoltà, “Non abbiamo Romario, qui non ci sono soldi, ma non ci importa” cantavano gli Ska P.


Contro tutto e tutti e orgogliosi di esserlo, tirando dritti per la propria strada come un fulmine, Viva la vida cantano i Coldplay, ma quella pirata mucho mejor.

Articolo a cura di Pietro Serusi di feverpitch.

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