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La stagione di Lafont

C’è un famoso proverbio, in Burkina Faso, che forse esemplifica la storia di un paese giovane, ma con una importante storia: “Le formiche, quando si mettono d’accordo, spostano l’elefante.”

Alban Lafont è nato e cresciuto a Ouagadougou, cuore pulsante del Burkina Faso, ed avrà più e più volte sentito riecheggiare quel proverbio, apologia di un popolo che ha perso tutto il 15 ottobre 1987, con l’assassinio dell’allora leader, Thomas Sankara, ma che ha saputo rialzarsi.
Il giovanissimo Sankara venne portato via da un colpo di stato, ed assieme a lui la felicità di un paese intero, e diventa allora di vitale importanza il mettersi insieme per affrontare il buio. 

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Alban Lafont vede la luce 12 anni dopo l’assassinio del ragazzo, il 23 gennaio 1999, ed è forse troppo giovane per immergersi appieno nella storia del suo popolo; a 9 anni emigra in Francia, passando dal calore del Centrafrica al grigio di Tolosa. Forse per questo motivo a Lafont piace la solitudine, piace difendere i pali da solo contro tutti, piace fare il portiere.
Per la verità il primo amore calcistico è Robin Van Persie, seguito dal sogno, presto abbandonato, di fare l’attaccante, retrocedendo così da numero 9 a numero 1. A 16 anni diventa portiere titolare del Tolosa, primo passo di una parabola che lo porta, a 19 anni, a difendere i pali di uno dei club più importanti d’Italia.

9 milioni di euro sono un investimento non indifferente per un estremo difensore, ma in questo senso Lafont si configura come pioniere di un movimento che sta portando ad una rivoluzione ideologica prima che tattica del ruolo. Il portiere diventa parte integrante del sistema di gioco, e non più solo in fase difensiva. Saper giocare coi piedi è un requisito fondamentale per il portiere del futuro, e Lafont in Francia era uno dei migliori interpreti, forse per la sua breve carriera come numero 9, forse grazie all’ispirazione idilliaca di Robin Van Persie.
In Italia, centro di gravità della rivoluzione dei numeri 1, va a rimpolpare la lista di portieri under 25 che giocano in pianta stabile in Serie A, ovvero 10 su 20 squadre.

9 milioni di euro e l’investitura a portabandiera di un nuovo progetto viola, fondato su giocatori freschi, su un modello di gioco verticale e veloce.
I risultati sono però altalenanti: la squadra di Pioli è forse incompleta, o semplicemente giovane, 23,79 anni l’età media, la più bassa d’Europa.

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Nonostante una prima parte di stagione tutto sommato non esaltante, i viola sono ad appena 2 lunghezze dall’Europa, e viaggiano su una media punti sostanzialmente analoga a quella della passata stagione, nonostante un sostanziale ringiovanimento. Stefano Pioli può contare su una difesa più solida rispetto alla passata stagione, avendo subito 2 reti in meno dopo 16 giornate. I viola restano comunque un grosso punto interrogativo e, nell’attesa che i nuovi innesti, Pjaca su tutti, inizino finalmente a dimostrare il loro valore,  è già possibile analizzare chi il proprio valore lo sta già mettendo in mostra.

Per quanto risulti difficile valutare oggettivamente le performance di un portiere, essendo spesso 90 minuti di partita ridotti ad un singolo episodio, felice o infelice che sia, l’inizio di Lafont è quantomeno rassicurante. Il portiere francese è chiamato in causa più spesso rispetto a Sportiello nella passata stagione, 4,4 parate a partita contro le 4 dell’estremo difensore italiano, ma subisce meno gol. Merito da spartirsi con la difesa, rea di concedere occasioni da gol relativamente a basso coefficiente di difficoltà, con un xG medio di 0,09 per tiro sui 150 tiri concessi in stagione. Dai dati a disposizione emerge anche quello che forse ad oggi è il punto debole della difesa toscana: il 25% di gol concessi provengono da palla inattiva, un dato troppo alto che denota, almeno in compartecipazione, una scarsa capacità di Lafont nel difendere la propria porta sui calci piazzati. In ogni caso, tutto sommato, l’impatto del portiere è all’altezza delle aspettative, anche consultando la shot map, i gol incassati non sono mai stato frutto di gravi errori individuali, ma fondamentalmente di azioni nelle quali subire gol è comprensibile, se non inevitabile. Lafont si assesta su una percentuale di tiri parati di poco sopra il 70%, numeri che lo posizionano di diritto tra i primi 7 estremi difensori in Serie A.

La mappa dei tiri nello specchio di Lafont (in nero i gol subiti). Si tratta spesso di tiri difficili da salvare, o comunque relativamente vicini alla zona rossa. Fonte  statsbomb.com

Ormai fare l’estremo difensore non coincide più esclusivamente con difendere la porta, e Lafont è uno dei più brillanti esempi di come il portiere possa, e debba, aiutare anche a manovrare l’azione: il francese effettua 25 passaggi corti a partita, per capirci, più di quanti ne effettua Chiesa, o Benassi. La precisione passaggi è tuttavia ancora più che migliorabile, appena il 64% dei passaggi dell’estremo difensore hanno successo, contro l’80% di quello che è, e forse sarà per lungo tempo, il primo portiere al quale si paragona il francese: Donnarumma. Tuttavia, Lafont dimostra di essersi già inserito negli schemi di Pioli, e anzi di esserne uno degli attori protagonisti: solo il 20% dei palloni toccati dal portiere francese diventa un lancio lungo, sintomo di una partecipazione attiva sì, ma basata su chiari principi di costruzione dal basso palla a terra.

Alban Lafont ha 19 anni, ma dimostra una maturità insolita, mettendo in luce brillantezza e talento, tanto da meritarsi di essere il numero 1 della Fiorentina. Il portiere entra di diritto nella categoria dei maggiori esponenti della nuova leva di sweeper-keeper, figura professionale che sta conquistando anche l’Italia.

Le formiche quando si mettono d’accordo spostano l’elefante, dicono in Burkina Faso. Poi c’è chi l’elefante non lo vuole spostare, chi preferisce nuove avventure, chi preferisce la solitudine dei numeri 1, come Alban Lafont, il portiere del futuro.