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La magia del Cagliari di Zola

I colpi dei campioni sono sempre decisivi. Illuminano lo spettacolo. Si può rinunciare a tutto, ma senza la tecnica non vai da nessuna parte. Magari non raggiungerai mai l’apice senza il supporto della corsa e di una corretta posizione in campo, ma la tecnica rimane la componente fondamentale
[Gianfranco Zola]

Corre l’anno della scomparsa dell’Avvocato Agnelli, un mese estivo, un caldo afoso, i raggi di sole che cercano di penetrare tra le insenature del cemento per trovare un restauro umido e fresco.
È il primo luglio 2003, precisamente quattro giorni prima del suo compleanno. Sulle spiagge cagliaritane, tra castelli di sabbia e olio abbronzante, l’immancabile Gazzetta dello Sport sul tavolino, sotto l’ombrellone, per accudire quella quarantina di pagina con l’inchiostro sbavato a causa della temperatura. La notizia è folle, ma la voce gira già da qualche settimana. È tutto così bello, è tutto così vero, il sogno diventa tangibile.
Lasciata in valigia la sciarpa rossa e blu, sbarca nella città, con un cappellino per non essere accecato dai flash dei giornalisti. Gianfranco Zola è un nuovo giocatore del Cagliari. Il folletto, che fino a giugno correva tra i prati di Londra, è tornato a casa, nella sua Sardegna, in un luogo dove paradossalmente non ha mai accarezzato il pallone con la sua suola “tacchettata”.
Pronto a far vivere nuove emozioni ad un popolo che ricorda a stento le gesta di Gigi Riva, pronto per indossare l’inconfondibile maglia numero 10, pronto per far assaporare al capoluogo la magia del Cagliari di Zola: “il canale di Suez”.
Suazo, Esposito, Zola. Prendete le prime lettere di ogni cognome ed il gioco è fatto. Non esistono affinità con lo stretto navigabile situato in Egitto se non per l’assonanza nel nome e l’incredibilità dello spettacolo.

David Suazo (SU)

Una gazzella prelevata dalle umide foreste dell’Honduras, dai campi in terra che ospitano gli allenamenti del Club Deportivo Olimpia. Massimo Cellino decide di fidarsi di Oscar Tabarez, allenatore uruguaiano del Cagliari, che consiglia alla dirigenza quel ventenne sconosciuto per completare il parco attaccanti. David Suazo e il suo perenne sorriso accettano una proposta che all’apparenza supera il confine tra follia e razionalità. 9.500 chilometri dopo, il giaguaro onduregno è sull’isola. È il Cagliari di Mboma, della retrocessione in Serie B, del primo gol di David in Serie A. Il colpo di fulmine tra la tifoseria rossoblu e uno dei bomber che scriverà la storia del calcio sardo.

Mauro Esposito (E)

Un folleto fulmineo. Capelli mori, carnagione scura, un campano in Sardegna. Muove i primi passi sui campi di Pescara dove, già all’epoca, la stoffa dei calzettoni è esageratamente lunga per le sue gambe. Il delfino è il migliore amico dell’uomo e, dopo averlo accudito, decide di lasciare andare il cucciolo per le sue acque, a costruirsi la sua nuova vita. Udine, una passione durata pochissimo, poi, durante una vacanza sull’isola, il folle innamoramento. Camminando lungo il cemento di Via Amerigo Vespucci viene colpito da una mastodontica struttura. Si mette sulle punte per raggiungere meglio l’orecchio della sua ragazza e le sussurra: “Questa sarà la mia nuova casa”. L’abitazione risale al 1970 e prende il nome da uno storico personaggio religioso, il tempio del calcio sardo: lo stadio Sant’Elia, palazzo reale del Cagliari.

Gianfranco Zola (Z)

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La storia parla da sola, una dolce poesia, le movenze su quelle gambe che sembrano bandiere coccolate dal vento. Un pezzo di storia, un bambino che decide di voler concludere la propria carriera nel posto dove è cresciuto, dove è diventato grande. È vero, nel capoluogo non ci ha mai giocato, inconcepibile che un ragazzo di origine sarda non abbia mai indossato la maglia rossoblu.
Tutto è così romantico, dall’Inghilterra all’Italia, dalle cabine telefoniche ai bar all’angolo, dalla Premier League alla Serie B.
Prende in mano la squadra, come Virgilio con Dante, indica ai suoi ragazzi la retta via per il paradiso, per la massima serie.

Nel 2004, il Cagliari, sotto la guida di Edi Reja, torna in Serie A. Trascinati da un fantastico tridente, da un mix di eleganza, rapidità e prolificità, un infuso di perfezione che riporta folli emozioni in un luogo dove, fino a quel momento, aleggiava aria di mediocrità e rassegnazione.

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La Serie A

La stagione 2004-2005 si apre come un vero e proprio tripudio per lo sport cagliaritano. Il ritorno in Serie A con una rosa sulla carta competitiva fa sognare i tifosi che colorano a domeniche alterne il Sant’Elia.
La caratura del parco attaccanti di una squadra che termina dodicesima la dice lunga sulla qualità e il talento presente a quel tempo tra i prati della massima lega italiana. Aprite bene le orecchie perché, oltre al magnifico tridente che ha fatto faville sui campi della serie cadetta, tra la lista dei convocati spuntano due nomi non poco indifferenti: Antonio Langella e Rolando Bianchi, che decide di farsi spazio, prima di diventare il numero 10 del Manchester City, mettendo a segno 4 reti in 39 presenze con la maglia rossoblu.
Quella splendida annata si conclude con un posizionamento più che degno per una neopromossa, che mette particolarmente in evidenza le qualità di giocatori come Diego Lopez, Daniele Conti e Massimo Gobbi.
In panchina, la chioma bianca di Reja fa spazio al ciuffo moro di Daniele Arrigoni, scelto da Cellino come traghettatore per il ritorno tra i grandi. L’allenatore originario di Cesena, però, non ha necessità di stravolgere lo scacchiere, perché quei tre davanti si muovono in sintonia, vivono in simbiosi. Zola conosce i tagli di Suazo a memoria, Esposito preferisce mettersi in proprio, diventando il capocannoniere della squadra.

È tutto così armonioso. Magic Box è conscio dei suoi limiti, della sua età, di quello che è ancora in grado di fare. Non è più il giocatore dei fantastici blues, del gol di tacco da calcio d’angolo. Il talento non si perde, va coltivato, è vero, ma le qualità innate rimangono ed escono quando meno te lo aspetti, al momento del bisogno. L’apporto di Zola al Cagliari è quasi simbolico, un padre che torna a casa dopo la guerra per sistemare la propria famiglia, a ridargli un ordine che sembrava scomparso da sempre.
Cagliari-Juventus. Cross di Brambilla, colpo di testa, l’ultimo atto del numero 10. L’ultimo brivido del Cagliari di Zola. La fantastica storia della poesia sarda. 89esimo minuto, la palla che si insacca alle spalle di Buffon. L’abbraccio della sua gente.

 

 

 

 

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