Vai al contenuto

Italia perduta

Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati…

Le parole di Ennio Flaiano, a descrizione della controversa Italia, mai come oggi si cuciono sulla pelle di ogni concittadino. Siamo tutto e siamo niente, siamo sulle stelle, ma anche sottoterra, in tutto, nella vita quotidiana, fino ad arrivare allo sport.

E così giungiamo ad un lunedì sera di settembre e la nostra nazionale di calcio, la stessa dei vari Roberto Baggio e Paolo Rossi, ha perso la bussola, ma questa volta per davvero. Abbiamo vissuto di ricordi per dodici anni consecutivi, quando brillavano gli occhi e i peli si drizzavano a sentire le grida di Fabio Caressa e Beppe Bergomi. Tutto bellissimo, emozioni indescrivibili che porteremo nella tomba, ma senza dubbio sensazioni su cui non si può basare l’esistenza del calcio italiano.

Risultati immagini per italia nazionale

Non ci siamo più, forse non siamo mai tornati, anche se l’illusione ci ha riempito gli animi ai gol di Pellè e Giaccherini e ancora prima a quelli di Super Mario. Appigliarsi a Ventura per giustificare uno storico fallimento e accorgersi piano piano di non sapere più a chi accollare la colpa. Siamo nel 2018, in panchina c’è Roberto Mancini e l’Italia ha perso il talento.

I problemi partono dalle origini, da molto lontano. Una struttura sportiva che non riesce ad affermarsi, che non è in grado di regolamentare i bilanci delle squadre e che non riesce a gestire i campionati professionistici, tanto da farli slittare di qualche settimana. La sconsiderata idea di introdurre ulteriori tre squadre a campionato di Serie B già iniziato è lo specchio delle potenzialità di un paese che poco tempo fa era modello di crescita e imitazione.

Ci capitoliamo, quindi, in un mondo nuovo, in una competizione, la Nations League, che può essere definito il torneo delle prime volte. A partire dalle convocazioni, Mancini non ha chiamato a rapporto nessun campione del mondo nel 2006, escludendo anche gli ultimi superstiti come De Rossi e Buffon. Altri numeri curiosi riportano il fatto che Chiellini e Bonucci, due colonne portanti della difesa azzurra, siano i migliori marcatori italiani dopo Mario Balotelli. Poi arriviamo alla partita col Portogallo, quando negli 11 titolari non era presente neanche un giocatore della Juventus e per la precisione, Immobile a parte, neanche un giocatore appartenente alle prime 5 squadre dello scorso campionato di Serie A. Spuntano così professionisti di Spal, Sassuolo, Fiorentina, Genoa e Torino, nonché una grande presenza milanista, squadra dall’alto blasone, ma che di certo non passa un momento brillante da diversi anni.
La premessa dalla quale partire è quindi chiara, una selezione nazionale, per vincere, deve essere composta, ovviamente da giocatori di spessore assoluto; se la Serie A è ormai un’egemonia bianconera da anni allora è inevitabile questionarsi se la compagine azzurra di ieri, priva di bianconeri, non sia che uno specchio del movimento azzurro.

Immagine correlata

Il calcio è un continuo susseguirsi di cicli, è vero, ed è comprensibile che dopo anni e anni di nazionali di spessore assoluto dovesse giocoforza esserci una recessione; ma questo scrutare la realtà con distacco non fa altro che lasciare amaro in bocca. Si passa dai Baggio, dai Totti ai Del Piero, dai Pirlo ai Gattuso, per poi arrivare agli 11 di ieri, forse punto più basso fino ad ora.

Eppure il dramma è doppio, perché Roberto Mancini più di così non poteva fare.

Politano e Verratti, i “grandi assenti” sono giocatori decorosi, ma che non possono di certo risolvere i limiti di una nazionale che non riesce ad esistere. Privi di talento e, peggio ancora, privi di mordente. Jorginho a parte, nessun calciatore riesce a raggiungere un livello tecnico che rientri nella media dei palleggiatori delle migliori squadre europee. Questione di generazione e per tanto le lacune tecniche dovrebbero essere compensate con l’agonismo, come aveva capito Conte e come i ragazzi avevano dimostrato di poter fare all’Europeo del 2016.

Lavorare in nazionale è veramente difficile, sia perché gli appuntamenti sono poco frequenti e di breve durata, e sia perché i giocatori si presentano con una quadratura tattica modulata in base allo stile di gioco della propria squadra di club, che spesso si contrasta con la filosofia calcistica dei propri compagni. E così giungiamo ad oggi, dove non riusciamo più a limitare i danni accumulati nel tempo, quando lentamente, come un granito colpito dall’acqua, si scioglie la colonna vertebrale di una nazionale che ha cessato di esistere dopo il 9 luglio 2006.

Passerà, andrà meglio, ma l’azzurro dell’Italia è sempre più nero, e non sembra trovare modo di riaccendersi; per noi forse il calcio è anche troppo, ma perdere la passione che unisce sotto lo stesso tetto una nazione intera è forse la punizione più grande che il calcio potesse preservarci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.