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Il mio ricordo mondiale, maschi bianchi e depilati

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La sera del 9 luglio 2006 l’Italia vinceva a Berlino la coppa del mondo FIFA per la quarta volta. In verità, l’Italia sollevava quella coppa solo per la seconda volta. La coppa del primo successo mondiale, quella del ’34, era l’imponentissima, littorissima (e orribilissima) Coppa del Duce, e non solo per denominazione. La condotta degli arbitri, selezionati personalmente da Mussolini, se non fu contestabile fu quanto meno discutibile; come quella dello svedese Ivan Eklind, autore di pregevoli sponde aree per gli Azzurri in occasione della finalissima contro la Cecoslovacchia e squisitissimo commensale: Eklind fu invitato a cena da Mussolini prima di arbitrare la semifinale Italia-Austria e prima di arbitrare anche la finale, in un clima di serenissima convivialità e trasparentissima ospitalità. La coppa del secondo successo mondiale, quella del ’38, era la Coppa Jules Rimet, così denominata in onore dell’inventore del torneo sportivo più famoso del mondo. 

Foto: FIGC

La sera del 9 luglio 2006 avevo 13 anni, abbastanza per festeggiare (sobriamente) il successo mondiale, pochi per capire che quella sera sarebbe stato il momento migliore per dichiararsi a Camilla, e troppo pochi per comprendere la balistica dell’autogol di Zaccardo. Purtroppo, quella sera sarebbe stata l’ultima vittoria mondiale degli Azzurri e anche l’ultima occasione per limonare con Camilla. 

Nonostante il circo di Calciopoli, tra pagliacci e burattini, la formazione italiana che partecipò al mondiale tedesco fu insuperabile e spietata. Dopo il comico autogol di Zaccardo, Buffon concesse un solo gol, per altro su rigore, dopo un contatto dubbioso (dubbiosissimo) tra Materazzi e Malouda nei minuti iniziali della finale. Cannavaro fu semplicemente irreprensibile, Grosso sembrò Cerci, Pirlo giganteggiò in regia, Totti e Del Piero furono sontuosi e tutte le punte fecero una cosa sola, goal: uno Iaquinta, uno Gilardino, uno Inzaghi e due Toni.

Materazzi e Malouda in uno scontro di oggio in occasione dei mondiali del 2006
Foto: La Repubblica

A quattordici anni di distanza m’illudo ancora che Inzaghi passi il pallone a Barone, penso sempre che Totti faccia il cucchiaio a Schwarzer e m’interrogo continuamente sulla dottrina giuridica del “danno procurato”. L’unica cosa intelligibile di quella fausta campagna Azzurra fu quel complesso artificiale e artificioso che è l’italianità.

Prima che Grosso incrociasse il rigore decisivo della finale infilando Barthez, non avevo ben chiaro cosa fosse l’Italia, quali fossero le caratteristiche distintive del popolo italiano, da cosa dipendessero e come si propagandassero. In verità, una vaghissima idea di cosa fosse l’Italia e su quali basi fosse fondata la mia identità italiana ce l’avevo, ma era un’idea più nozionistica che analitica.

Grosso segna il rigore decisivo nella finale dei mondiali del 2006
Foto: Ultimo Uomo

Io ero italiano. Cantavo l’inno prima delle partite, indossavo la maglia della nazionale e provavo un orgoglio sconfinato nel vedere le tre stelle mondiali ricamate sopra lo stemma della divisa della nazionale, senza che da parte mia ci fossero riconosciuti meriti sportivi. Io ero italiano, ma non capivo quanto potessi esserne cosciente dal momento che non avevo avuto modo di scegliere, comprendere o per lo meno di capire se mi piacesse oppure no essere italiano. Io ero italiano e lo davo per scontato.

Non capivo neppure perché undici individui potessero essere la massima e più fedele rappresentazione di circa 60 milioni di persone. Per di più, in questo gioco di riflessi, c’era una zona d’ombra che, per quanto impercettibile, era alquanto sgradevole. Non capivo perché, pur essendo fondata sul lavoro, la più rappresentativa immagine dell’Italia fossero undici persone che giocavano a calcio, quando a scuola tuttalpiù mi insegnavano a leggere e a scrivere.

Eppure: “Alzala alta al cielo capitano, perché questa è la coppa di tutti gli italiani, perché oggi grazie a voi abbiamo vinto tutti, alzala alta perché oggi è più bello essere italiani”. Da quella sera le parole “italianità” e “italiano” acquisirono per me un significato. L’italianità non era più un fumoso artifizio, una fiaba sapientemente ingegnerizzata allo scopo di suscitare una spiritualità collettiva, ma era una forza tangibile e affascinante. L’italiano non era più una massa indefinita, ma era un maschio bianco con le gambe depilate. 

Fabio Cannavaro alza al cielo il trofeo mondiale dopo la vittoria contro la Francia.
Foto: Webmagazine24

Tutto questo era l’espressione riassuntiva della persona che vedevo quotidianamente riflessa nello specchio del bagno di casa. Finalmente la figura nello specchio aveva un volume e la mia identità una pienezza di significato mai raggiunta prima. Mi chiedevo per quanto sarebbe durata questa euforica sensazione di completezza, e mi domandavo quando avrei potuto provare un sentimento collettivo equivalentemente potente.

Quattro anni erano decisamente troppi, ma avrei potuto acquisire sempre più coscienza di chi fossi veramente, perché prima di fissare un’altra seduta di depilazione dall’estetista sentivo il bisogno di condurre un’indagine più approfondita della mia identità italiana. Inoltre, ero sicuro di trovare esempi altrettanto emozionanti ed esaltanti, solide (solidissime) basi antisismiche sulle quali cementificare un’identità indistruttibile.

In verità, più che “cementificare un’identità indistruttibile” dovetti mediare e confrontarmi con molte più zone d’ombra di quante non ne vedessi nell’immagine riflessa nello specchio del bagno di casa. La mia identità italiana manifestava dense zone di occultamento e silenzio e, viceversa, una ridondanza di momenti esemplari con i quali un’identificazione era, se non improbabile, quanto meno dubbia (dubbissima), come il contatto tra Materazzi e Malouda.

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