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Il gol di Abbas Suan: l’eco di un popolo sordo

Abbas Suan ha la carnagione olivastra, gli occhi neri e il capello color carbone. La figura è slanciata, le spalle sono larghe e le dita sono lunghe e affusolate. Un fascino profetico, tagliente ed eroico, che si concede il 26 marzo 2005 ai quarantamila del Ramat-Gan Stadium di Tel Aviv in un’orgia calcistica reboante. Lo sport ha un valore politico anche solo per la sua comprovata utilità, ma il gol di Abbas Suan, centrocampista israeliano-palestinese, risuona invano, come l’eco di un popolo sordo.

Abbas Suan indossa la casacca bianca stretta negli shorts azzurri. Israele è in svantaggio. La squadra è gagliarda e talentuosa, ma gli irlandesi sono tosti e inaspettatamente ordinati. Novantesimo minuto. Benayun prende palla sulla destra, si accentra e serve Katan. Spalle alla porta, il massiccio puntero israeliano può solo scaricare per Abbas Suan. BOOM! Given prova ad allungarsi sulla destra, ma il missile s’infila in fondo alla rete. 1-1. Il golazo fece esplodere lo Stadium. Israele può ancora sognare il mondiale di Germania 2006. Poi, inginocchiatosi e prostratosi ad Allah, il numero 19 viene sommerso dai suo compagni di squadra in un cocktail implosivo di estasi sportiva (haram). Grant Wahl, penna “Ivy League” di Sports Illustrated, scriverà qualche mese più tardi che per un glorioso istante tutte le voci divisive della regione furono messe a tacere.

abbas suan gol israele
(Foto: edition.cnn.com)

Nel 2005 Abbas Suan milita nel Bnei Sakhnin, la squadra dell’omonima Sakhnin, una piccola città araba nascosta tra frutteti e ulivi nel distretto settentrionale d’Israele. Nel 1948, quando le forze britanniche si ritirarono dal Mandato della Palestina e gli Stati Uniti e l’URSS favorirono le rivendicazioni sioniste per la creazione dello Stato d’Israele, non tutti gli abitanti di Sakhnin, prevalentemente musulmani e in misura minore cristiani, decisero di fuggire. Coloro che scelsero di rimanere, promossero l’esistenza palestinese all’interno dei confini dello Stato d’Israele come un’identità nazionale integrale e integrante, piuttosto che parte di una più generica e inverosimile nazione araba. Il Bnei Sakhnin riflette la storia della città, un modello di coesistenza tra israeliani e palestinesi.

Una settimana dopo il gol della speranza mondiale di Abbas Suan, il Bnei Sakhnin sfida i rivali del Beitar Jerusalem. La storia della squadra di Gerusalemme è diametralmente opposta a quella di Sakhnin. La squadra venne fondata nel 1936 dalla branca di Gerusalemme del Beitaril movimento sionista paramilitare costituito dal reporter di guerra ucraino Ze’ev Jabotinsky in Lettonia nel 1923. Nell’anno di fondazione, la rosa del Beitar Jerusalem era composta prevalentemente da giocatori provenienti dalle fila dell’Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica sionista affiliata al movimento Beitar, attraendo fan e giocatori provenienti da ambienti estremisti anti arabi. L’odio etnico è tuttora presente nell’ideologia di La Familia, la frangia più violenta dei tifosi del Beitar.

Beitar tifoseria
La tifoseria del Beitar Jerusalem (Foto: lettera43.it)

Durante la partita tra Bnei Shaknin e Beitar Jerusalem, Abbas Suan viene ripetutamente fischiato, risuonano ululati razzisti e un gigante striscione con la scritta “Abbas, tu non ci rappresenti” viene srotolato nel Teddy-Kolek Stadium di Gerusalemme, mentre i tifosi del Bnei Shaknin rispondono con cori anti israeliani di matrice islamica. Abbas Suan in campo ignora tutto con glaciale distanza. Per la gente è un arabo in un paese israeliano, mentre lui rappresenta entrambi nell’illusorio tentativo di una riconciliazione epica.

Il momento di unità è quindi fugace, figlio dell’animosità reciproca di due gruppi che si percepiscono come sovversivi e opposti allo stesso sistema, ma sono i prodotti della politicizzazione dello sport, emblemi del ruolo che il calcio gioca nello sviluppare due identità nazionali separate e apparentemente inconciliabili. Tuttavia, per un istante soltanto, il gol di Abbas regala a un paese dilaniato da guerre fratricide uno spazio d’integrazione e uguaglianza in una società che incoraggia l’opposto.