fbpx
Vai al contenuto

Il calcio è del numero 10

Spesso nella vita quotidiana ci troviamo ad affrontare innumerevoli coincidenze. Quella che più confonde ogni essere vivente su questa terra, però, è il continuo incontro con i numeri. Chiedete alla persona vicino a voi se ha un numero preferito. Non esiterà a rispondervi. Perché? Il motivo ha ovviamente cause ignote, forse astrali, comunque non ben definite, però ognuno nel corso della propria esistenza vive un rapporto morboso con i numeri. La superstizione aiuta, evitando le combinazioni sfortunate, ma in grado di far innamorare di quelle che riconducono a momenti positivi, trasformando il mondo dei numeri in un rituale da seguire senza infrangere le regole.

Il numero 10. L’origine. Composto da due cifre non banali, anzi, le più significative mai esistite. 0, l’inizio di tutto, e 1, la prima cosa che accade. Uniteli. Ecco a voi la perfezione. Esso è divino poiché perfetto, in quanto fonde in una nuova unità tutti i principi espressi nei numeri dall’1 al 9. Per questo motivo il numero dieci è anche denominato Cielo, ad indicare sia la perfezione che il dissolvimento di tutte le cose.
Come una contagiosa scia, la magica sfumatura si è trasferita nello sport, più precisamente nel calcio, dove la personificazione di questo gioco è riassunta nella pettorina con il numero 10 ricamato sulla schiena, dove l’umano incontra il divino e il pallone si trasforma in qualcosa di inconcepibile.

L’essenza del numero 10

In passato, i numeri di maglia assumevano una funzione ben precisa, che è andata scomparendo nell’ultimo ventennio con l’avvento dei nomi sulle casacche. Le cifre sulla schiena degli atleti avevano la funzione di tratto identificativo, per prendere nota delle ammonizioni e delle marcature. Di conseguenza, i titolari indossavano i numeri dall’1 all’11 e le riserve dal 12 al 18, così come funziona oggi tra i dilettanti. L’usanza vedeva anche la spartizione dei numeri in base al ruolo, il portiere era il primo, il centroavanti il nono. Nonostante le tradizioni tendono a venir meno, il calcio moderno si accomuna con quello passato per il valore attribuito al giocatore che indossa la maglia numero 10.

Quasi come una religione, come un Cristo o un Maometto, ogni squadra deve avere il proprio numero 10. Cosa significa indossare quelle due cifre? Responsabilità. Sì, perché dal momento che si riceve quella maglia, nel giocatore si innesca spontaneamente un processo di metamorfosi. Il calciatore diventa l’anima della squadra, il condottiero, colui che in ogni momento è in grado di tirare fuori i compagni dalle sabbie mobili. Parte dietro alla punta, per fornire assist o disegnare qualcosa di straordinario con la bacchetta magica che indossa al posto dei piedi, ma generalmente il numero 10 non ricopre una posizione fissa nello scacchiere, è una regina, libero di muoversi a suo piacimento. 

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.
[Dal film Amici miei]

Che cosa è il genio, quindi? Il numero 10. Infatti, nel corso della storia, soprattutto nelle pagine che riguardano il calcio italiano, ogni fantasista aveva la peculiarità di vedere cinque cose dove un giocatore normale ne vedeva solamente due. Una reale personificazione della divinità romana Giano, con due volti, poiché può guardare il futuro e il passato, ma anche perché, essendo il dio della porta, può guardare sia all’interno che all’esterno. Esattamente così, essere in grado di vedere ciò che succede alle tue spalle è una dote che pochi calciatori possiedono ed essere in grado di compiere una giocata senza vederne il destinatario è ancora più complicato.

Il “cucchiaio” di Francesco Totti a San Siro

Roberto Baggio, Francesco Totti e Alessandro Del Piero all’interno dello stivale, Platini, Riquelme e Messi nel mondo, Pelé, Maradona e Ronaldo nell’Olimpo. In Italia siamo sempre stati abituati bene, perché il genio del numero 10 ha da sempre rappresentato la massima espressione di questo sport. Se il calcio è l’attività agonistica più seguita al mondo lo si deve a calciatori in grado di trasformare un pallone di cuoio in una dolcissima poesia comprensibile agli occhi di tutti.

Durante una piovosa domenica, ci si siede sul divano e si accende la televisione, infatti, per innamorarsi del calcio serve poco tempo, bastano alcune gesta tecniche fuori dal comune ed il gioco è fatto. Il coinvolgimento all’interno della partita è il cavallo di battaglia di uno sport che base il suo principio nelle vibrazioni dei tifosi.

Per comprendere appieno l’essenza del calcio, però, è necessario riuscire ad immedesimarsi nella geniale concezione del numero 10. Perché il numero 10, può essere letto anche come “io”, guardate me, perché solo io sono in grado di decidere l’epilogo di ogni esperienza domenicale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.