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I lupi di Serbia

All’ombra della luna, nelle notti estive, quando il satellite naturale illuminava gran parte delle estese foreste che ancora esistevano, prima del disfacimento naturale per lasciar spazio alla produzione industriale; accecato dal riflesso lunare, il lupo esce dalla sua tana scrollandosi il pelo, pensando alla sua preda volge lo sguardo al cielo, per caricarsi della brillantezza della Via Lattea. L’habitat naturale per diversi animali selvatici, l’amico lupo, infatti, convive con l’orso e con la lince, senza che nessuno sia in grado di intralciare l’equilibrio su cui si basa l’ecosistema. Una simbiotica armonia in grado di descrivere al meglio lo spietato veleno che scorre nel sangue degli abitanti di Belgrado; mortale per tutti, ma linfa essenziale per sopravvivere ad un mondo di predatori.

Appoggiato lo Šajkača sull’appendiabiti, gli “italiani” Aleksandar e Sergej, decollano da Roma per ricongiungersi con gli altri 25 amici di avventura. Adem, invece, arriva da Torino con il suo bagaglio a mano, indossando delle appariscenti infradito, quelle che a volte tiene anche per giocare. Tra il gruppo vacanze spuntano anche le teste di Nemanja e Branislav, i fedelissimi li chiamano, quelli presenti ad ogni viaggio, i perfezionisti con il sorriso di ferro, coloro che non si perdono un itinerario, non tanto per svago, ma per controllare che tutto fili liscio. Gli altri sono tutti sostanzialmente volti noti, compagni di classe, alcuni conosciuti in strada, altri semplicemente scorrazzando tra qualche prato verde. Questa volta però è diverso, il viaggio non è stato organizzato, bensì i giovani turisti sono stati invitati, dicono siano bravi a giocare a pallone, anche se la loro stazza sembra suggerire un talento in un altro sport. Basket? Pallavolo? Niente da fare, quei ragazzi, diventati 23, decidono di partire tutti assieme per dimostrare al mondo che ci sono anche loro.
14 giugno, i lupi sbarcano in Russia.

Una ritratto del gruppo vacanze appena atterrato in Russia

Il predatore

Non manca di certo la pistola nella custodia del sergente, quell’arma da fuoco che in Serbia non hanno mai visto, quel proiettile che non hanno mai ammirato, in grado di ferire silenziosamente. Uno strapotere fisico mai visto nella ex Jugoslavia e difficilmente identificabile in tutta Europa, quando Milinkovic-Savic decide di stoppare elegantemente di petto dei lanci che poco tempo prima si sono addolciti col vapore delle nuvole. Il concetto spesso è molto facile quanto efficace, spara lungo, che ad addomesticarla ci pensa il sergente, con estrema scioltezza.

Milinkovic e il suo stop di petto

Il predatore per eccellenza, quello che riesce a cambiare le carte in tavola, in grado di far vedere al pubblico un 3 di cuori anche quando ha un asso nella manica, il giocatore che prende per mano la sua squadra e la guida sulla cima dei Monti Balcani per far vedere al suo branco cosa si prova da lassù, ad un passo dal paradiso. La perfetta fusione dell’essenza dei genitori, giocatore di calcio uno, giocatrice di basket l’altra, abili nel creare un mix perfetto capace di fondere le migliori caratteristiche della pallacanestro con il mondo del pallone, dove con le mani non si può giocare. Semplice, Sergej è in grado di schiacciare, tirare dalla lunetta e dalla lunga distanza, ma non con le estremità delle braccia, bensì con quella delle gambe, mettendo in luce un’eleganza fuori dalla norma.

I capibranco

Per definizione un animale che protegge e guida il branco, concretamente un insieme di giocatori in grado di delineare il pensiero di tutti, di far correre la macchina dei sogni sullo stesso sterrato, una vademecum fondamentale per chi non riesce a focalizzare facilmente l’obiettivo. Personaggi con la fame negli occhi, che ne hanno già passate tante e cercano di tramandare il loro spirito vincente ai più giovani, ma sempre pronti a togliere le castagne dal fuoco quando i cuccioli si stanno per scottare.

Nemanja Matic che guida il suo branco

Kolarov, Ivanovic e Matic. 3 nomi che risuonano scanditi dall’eco della vastità del museo del calcio moderno, dove il Dio del pallone li ha riservato un posto d’onore. Un palmares difficilmente reperibile in Jugoslavia, 3 mastini dall’animo di ferro che hanno calcato campi illuminati da riflettori accecanti, ma non così intensi da disperdere nella luce il loro talento. Non a casa il terzetto è stato protagonista del massimo campionato inglese, regno sovrano dell’analitico mondo del calcio, dove tattica e forza fisica fanno da padrone attanagliando le ali della fantasia. Talenti maturati, allenati e scolpiti con il duro lavoro, una base solida da cui partire, un’enciclopedia contente segreti ed enigmi risolvibili solamente con l’esperienza e il sudore sulla fronte.

Il branco

L’utilità dei seguaci, perché siamo sinceri, un comandante può essere valido, ma se non riesce a coinvolgere il suo esercito, la probabilità di vincere la guerra si avvicina allo zero. Uno schieramento di giovani di talento, un branco vigile e pronto a seguire i passi dei più grandi, percorrendo la strada già sterrata dai più esperti, ma sempre pronto a prendere il loro posto in una situazione di difficoltà. In una nazionale, soprattutto, il senso di appartenenza è il sentimento che guida la squadra alla vittoria, essere uniti e legare le proprie emozioni per raggiungere un obiettivo comune risulta sempre essere una pozione vincente.

Adem Ljajic intento ad esprimere il proprio talento

Tra i convocati spuntano i nomi di Adem Ljajic e Dusan Tadic, sregolatezza a braccetto col genio, paradiso ed inferno di una nazionale che oscilla sul filo dell’equilibrio. L’incostanza, quell’altalena che scivola sotto l’essere di tutti i giocatori appartenenti all’ex Jugoslavia, un giorno si ritrovano sotto terra e l’altro giorno sdraiati sulle nuvole. La mancanza di concentrazione che rende un calciatore vulnerabile nei momenti che contano deve essere colmata dalle linee guida tracciata dai capibranco, che conoscono le qualità e le debolezze dei propri discepoli.

Le luci si accendono, tra un mare di incertezza e un bosco popolato da lupi, la Serbia cercherà di conquistare la Russia, senza tenere conto della luna piena, che se sarà in grado di illuminare Mosca per un intero mese, porterà il generale sul tetto del mondo, dove ancora non è riuscito ad arrivare saltando.

 

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