Vai al contenuto

I figli di Matilde, la nascita dello stile brasiliano

Banner sorare guadagna con il fantacalcio

La natura del calcio brasiliano.

Il sedicente principio distruttore di miscuglio, quest’orrore, questo peccato contro il sangue dei nostri teorici maniaci della razza, qui è un mezzo cosciente e apprezzato di fusione, in vista di una cultura nazionale”.

La cultura nazionale a cui alludeva lo scrittore austriaco Stefan Zewig era il meticciato della società brasiliana, la presenza di elementi afro-europei che a partire dal 1938 avrebbero garantito il progresso del calcio brasiliano istituzionalizzandone gli elementi salienti. Tuttavia, nella prima metà del XX secolo, l’ibridazione della società brasiliana non era né sempre cosciente né tanto meno sempre apprezzata. Il più prolifico goleador della storia del calcio e del Brasile Arthur Friedenreich, El Tigre, figlio di un commerciante tedesco e di una lavandaia nera di nome Matilde, tardava l’entrata in campo per lisciarsi all’europea i capelli crespi ereditati da mamma Matilde. 

Arthur Friedenreich, attaccante brasiliano
Arthur Friedenreich, El Tigre (Foto: eupallog-pentavalide.blogspot.com)

Eppure, dal 1938 l’unico elemento bianco di una certa rilevanza per la squadra brasiliana sarà la tradizionale maglia bianca, mutatasi nell’iconica divisa verde-oro (Camisa Canarinho) nel 1954 grazie alla mano del poliedrico, all’epoca diciannovenne, Aldyr Garcia Schlee. Nell’anno della terza edizione della Coppa del Mondo, le due star della selezione brasiliana erano due “figli di Matilde”: l’attaccante Leônidas da Silva, miglior realizzatore del torneo con 7 reti in quattro incontri e inventore della rovesciata, e Domingos da Guia, l’atletico difensore carioca antesignano di quel modo tutto offensivo di difendere alla brasiliana. Domingos neutralizzava l’attaccante per poi uscire dalla difesa dribblando gli avversari, la domingada, la cavalcata arrembante ancora presente nel repertorio calcistico dei difensori brasiliani come Lucio, Thiago Silva e David Luiz.

Il Brasile era l’unica squadra sudamericana presente in Francia, il paese che ospitava il mondiale del ’38. Non solo, complice il reiterato boicottaggio europeo dell’Uruguay campione nel 1930 e delle olimpiadi del ’28 e del ’24, la ritorsione dell’Argentina dopo la mancata assegnazione dell’organizzazione della coppa e l’annessione austriaca alla Germania nazista di Hitler, che compromise la presenza del Wunderteam alla fase finale del torneo, il Brasile era una delle due pretendenti al titolo insieme all’Italia fascista campione in carica.

Maglia verde oro Brasile, calcio brasiliano
La storica maglia “verde-oro” del Brasile (Foto: futbolismo.it)

In vista della semifinale proprio contro la formazione azzurra, che nel quarto di finale contro la Francia sfoggiò un littorio completo nero, la selezione guidata da Adhemar Pimenta era talmente certa del successo da concedere un turno di riposo a Leônidas e prenotare il volo che da Marsiglia, sede della semifinale, avrebbe dovuto portare il Brasile a Parigi, sede della finalissima. Vittorio Pozzo, primo grande psicologo del calcio, riferì il piano a Meazza, Piola e compagni ai quali bastarono i primi quindici minuti del secondo tempo per liquidare i brasiliani. Alla fine, il Brasile dovette accontentarsi del terzo posto ottenuto rimontando due volte la Svezia (4-2) con una doppietta di Leônidas, questa volta schierato nell’undici titolare.

Dato l’irrilevante palmarès brasiliano raccolto fino ad allora, due sole coppe America nel 1919 e nel 1922, il risultato ottenuto in Francia fu tutt’altro che modesto. Ma più che per l’esito, fu lo stile di gioco dei brasiliani a colpire gli osservatori europei. I giochi di destrezza, i dribbling, la facilità di controllo palla e l’improvvisazione erano le specificità antropologiche del calcio brasiliano, un’illustre e trionfante storia di “fusione razziale”.

Lo show della selezione brasiliana non fu confinato al rettangolo di gioco, limite spaziale in contrasto con la natura bohémien della squadra sudamericana. Durante una sosta del trasferimento ferroviario da Marsiglia a Bordeaux, sede della finalina, un pallone rotolò dalla sacca di un magazziniere ai piedi calamitati dei giocatori brasiliani. L’occasione era troppo ghiotta e i brasiliani non seppero resistere. Palleggi, colpi di tacco, finte e una sfilata infinita di magie balistiche trasformarono l’attesa dell’imbarco nella migliore réclame del calcio mondiale.

Banner giallo con cover tifover e invito ad acquistare