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Haway the lads. Sunderland, passione e sofferenza

Dal 14 dicembre è arrivata su Netflix la docu-serie “Sunderland ‘til I die”, un’opera che ha ripercorso le vicissitudini del Sunderland nella stagione 2017/2018, la prima dopo la retrocessione in Championship (la seconda serie del calcio inglese).

sunderland til i die
Foto: wikipedia.com

La serie, articolata in 8 puntate, ha mostrato il lavoro della società britannica nella sua quotidianità: uno dei personaggi fondamentali dell’intera serie è stato Martin Bain, amministratore delegato della società, che non è stato risparmiato da critiche per via del suo lavoro non impeccabile. Tuttavia, nel corso delle puntate, appare sempre più chiaro come il dirigente abbia dovuto barcamenarsi, assieme allo staff tecnico e amministrativo, tra le gravi difficoltà finanziarie della società, causate dal disimpegno economico del proprietario statunitense Ellis Short, figura evanescente nel corso della stagione e mai vicino alla squadra. Durante la docu-serie avviene un viaggio nelle fondamenta delle società, composte da tanti addetti ai lavori che lavorano lontano dalle luci della ribalta: cuochi, tecnici, impiegati che costituiscono il cuore pulsante della società, nonché un elemento importante del tessuto sociale della città di Sunderland, afflitta da diverse difficoltà, dopo tanti anni in cui l’industria mineraria e navale hanno tenuto in piedi la città del nord inglese.

In questo senso un tratto molto toccante della serie è la sigla iniziale, composta da The Lake Poets, artista proprio della città di Sunderland. Durante “Shipyards” (questo il nome della canzone), scorrono le immagini di una città umile, semplice. Un cantiere navale, poi un pallone, un palo senza rete con un pallone, fino ad arrivare ad un murales con un giocatore ritratto con la maglia dei Black Cats, e la chiosa finale con il faro, simbolo della città, e lo Stadium of Light. “On the river where they used to build the boats, by the harbour wall, the place you loved the most”.

sunderland til i die
Foto: goal.com

Appaiono anche alcune questioni spesso sottovalutate, nel mondo dello sport in generale: la necessità di formare un gruppo corso e unito verso l’obiettivo si scontra con le difficoltà psicologiche di alcuni, come il centrocampista Jonny Williams, vittima di una serie di infortuni, il quale è costretto a rivolgersi ad uno specialista per ritrovare fiducia in sé stesso ed entusiasmo. Darron Gibson, veterano della squadra, si trova ad affrontare i propri demoni interiori nel momento in cui i problemi di alcolismo lo portano ad avere problemi con la giustizia, finché la società non si vede costretto a metterlo fuori rosa. Emergono anche alcune delle criticità del calcio moderno, con Jack Rodwell che rifiuta di lasciare Sunderland, rimanendo legato ad un contratto da 70mila sterline a settimana, pur di essere messo fuori rosa. La difficoltà di riprendersi da prestazioni di basso livello affligge Jason Steele, che entra in un vortice di negatività e non riesce a trarne forza, mentre l’attaccante Ashley Fletcher riesce a sbloccarsi dopo un lungo periodo senza reti. Le note positive corrispondono a diversi elementi provenienti dalle giovanili, come il veterano George Honeyman (divenuto quest’anno capitano) e gli adolescenti Josh Maya e John Asoro, che si inseriscono lodevolmente in prima squadra. Il team cerca di trovare stabilità passando dalla gestione fallimentare di Simon Grayson a quella più energica di Chris Coleman, allenatore che mostra una lodevole dedizione alla causa unita ad un’incrollabile determinazione.

Tuttavia, durante l’intero percorso i veri protagonisti sono i tifosi: in una zona vittima di grandi difficoltà, il calcio riveste una potente funzione sociale sia per quanto riguarda l’ambito lavorativo, sia come catalizzatore, luogo di ritrovo dove stringere amicizie e rapporti indissolubili. I supporters, i quali hanno anche promosso e voluto il documentario, sono rappresentati lungo tutto questo cammino da alcuni di loro, che lungo tutta la serie espongono le loro opinioni, speranze e ambizioni, ma anche le loro paure sul futuro del Sunderland, che al termine della stagione retrocede, per la seconda volta in 140 anni di storia e 40 anni dopo l’ultima volta, in terza serie, al termine di una stagione drammatica, culminata con la vendita della società ad un imprenditore inglese. Proprio questa disgrazia sportiva amplifica la passione e l’amore dei “Mackems”, che non mollano mai la propria squadra, nonostante la rabbia, le ingiurie verso la sfortuna, il destino e tutti coloro che hanno affondato il Sumderland. Un legame infinito: al termine della serie si vede come, con la squadra che termina il campionato ultima in classifica, molti tifosi si recano al botteghino per rinnovare il proprio abbonamento per l’annata successiva. Un legame, come dice il titolo, fino alla morte.

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