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Cristiano Ronaldo 2017 GOAT Season

Nel mondo dello sport americano, in particolare in quello del basket, si utilizza la locuzione GOAT Season per riferirsi ad una stagione disputata da un giocatore che ha totalmente messo a ferro e fuoco la lega, viaggiando a ritmi alieni, ritmi dal più grande della storia (il Goat, appunto). Termine poco sdoganato nel calcio, ma a cui potremmo riferirci pensando a diversi giocatori, con alcuni che poi hanno dato continuità alle proprie prestazioni, guadagnandosi una candidatura alla palma, mai assegnata, del più grande, ed altri che hanno lasciato quell’annata isolata o quasi, lasciando tanti interrogativi su “cosa sarebbe stato”.

12 Aprile 2017. All’Allianz Arena sono passati 47 minuti quando Dani Carvajal mette in mezzo un cross teso al centro dell’area, dove un suo compagno in maglia nera si coordina alla perfezione e scocca un destro perfetto che si infila in rete. L’uomo alza il braccio e corre esultando, poi la grafica scorre a precisare i dati del marcatore. Cristiano Ronaldo, nulla di nuovo. Ma come, 3 gol? In…9 partite!? Il fenomeno del Real, così male? Rappresentazione di una stagione negativa. O forse no…Ma è una storia che comincia abbastanza lontano da qui.

La stagione 2015/2016 vede due protagonisti al di sopra di tutti gli altri, che caratterizzano l’intera annata e si scontrano nelle due finali delle competizioni principali. Il vero paradosso, in tutto ciò, si verifica proprio nei due atti conclusivi: il campionissimo disputa due finali opache, il super talento emergente, che nei turni precedenti aveva surclassato l’avversario, pure, ma il campionissimo ne esce vincitore assoluto (mettendo anche la firma definitiva sulla prima finale), il super talento è lo sconfitto definitivo di una stagione che ha determinato il suo passaggio nei migliori attaccanti del globo.

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Foto: tuttosport.com

I due protagonisti sono Cristiano Ronaldo e Antoine Griezmann, e forse è anche sbagliato parlare di due finali per il portoghese: in Champions League disputa 120 minuti+rigori, all’Europeo esce dopo un quarto d’ora di gioco, ma dalla panchina é come se continuasse a giocare: il carisma con cui trascina i compagni sarà decisivo per la conquista di un primo, storico europeo. En-plein per il nativo di Madeira, consacrazione definitiva anche agli occhi dei più scettici. Ma oltre l’orizzonte non sembrano esserci segnali positivi.

Cristiano viene dalla sua solita stagione piena zeppa di gol, ma alcuni dati sono preoccupanti: dai quarti in poi, segna solo in una partita (certo, una fantastica tripletta, ma pur sempre ai danni del Wolfsburg); in finale si mangia un gol già fatto. I problemi fisici che lo attanagliano verso il finale di stagione non gli permettono di incidere come potrebbe. Agli Europei, poi, incide solo in un paio di partite, risultando spesso evanescente in diverse altre. Vista così, sembrerebbe l’inizio di una fase discendente, di un calciatore pur sempre importante, ma che riesca a dire la sua a tratti, solo in alcune partite. Certo, poi quando lo fa diventa ingiocabile: ma ha bisogno di “capitare” in una giornata sì. Ecco, tutti questi dubbi, queste paure, sono scacciati via dai dieci mesi successivi, in cui Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, nei momenti topici, c’è sempre. Sempre.

La verità è che l’evidente allungamento della sua carriera ha un nome e un cognome: Zinedine Zidane. Il tecnico delle Merengues rivoluziona il programma di partite di CR7: così, nel momento focale della stagione, Ronaldo salta diverse partite in Liga contro squadre minori. La rivoluzione sembra esserci proprio in questo dettaglio: Zizou riesce a convincerlo, cosa non facile visto l’ego dell’ex United, e si vede restituito un campionissimo. Un semplice do ut des.

Cristiano e Zidane
Foto: goal.com

Ronaldo salta la Supercoppa UEFA e le prime partite di stagione, segnando solo 2 reti nelle prime 9 partite di campionato, poi esplode a novembre: 8 gol in 4 partite di campionato, tra cui la tripletta nel Derby di Madrid che suona quasi come una sentenza premonitrice. La giusta preparazione ad un Mondiale per Club dominato: punge il Club America con un gol in semifinale, poi si porta a casa il pallone contro il Kashima Antlers: prende per mano la squadra quando è in svantaggio per 1-2, segna una tripletta (di cui due col piede “debole”, o forse meno forte, il mancino), 4-2 e Real Campione del Mondo.

In quei mesi, la stella iberica disputa un girone di Champions al di sotto dei suoi elevatissimi standard, in cui i gol finali sono 2, attorniati da qualche assist. C’è da dire che si tratta di due reti importanti: una riequilibria il match contro lo Sporting Lisbona, sua ex, al ’90; l’altra contribuisce al 2-2 guadagnato al Westfalen Stadion.

Fino a febbraio CR gioca su ritmi normali, oscillando verso il mediocre: in campionato riesce a segnare per la prima volta in tre partite consecutive solo all’alba di marzo, che se ci si ferma a pensare, per Cristiano è un’assurdità. In Champions il contributo di difensori e centrocampisti basta e avanza ad eliminare un combattivo Napoli, squadra che avrebbe sicuramente meritato di più dalla competizione. Anche con gli Azzurri il numero 7 si vede poco, lascia il palcoscenico ai suoi compagni. Ma è da aprile che parte il capolavoro del fuoriclasse, suddiviso in 4 Atti.

Bisogna tornare a quel 12 Aprile, dov’è partito questo viaggio: il pupillo di Sir Alex Ferguson ha appena fatto ciò che sa fare meglio, cioè rimettere in piedi le Merengues dopo un momento di estrema difficoltà, in cui, passati in svantaggio per 1-0 con gol di Vidal, hanno rischiato di capitolare: lo stesso cileno, però, presentandosi sul dischetto, ha sparato alto. Dopo mezz’ora dal pareggio e ulteriori tentativi verso un impeccabile Manuel Neuer, Ronaldo concede il bis, insaccando una zampata su cross di Asensio dalla sinistra. Ma il meglio deve ancora arrivare.

È il 18 Aprile, sono passati solo 6 giorni da quella doppietta in terra teutonica. Gli oltre 80mila tifosi accorsi al Bernabeu non possono sapere di cosa saranno testimoni, uno show con pochi eguali. È una serata difficile per i Blancos, una serata che col rigore di Lewandowski comincia a mettersi male. 0-1, la riequilibria sempre Lui al quarto d’ora dal termine e verrebbe da pensare che è una pratica andata, se non fosse che la difesa spagnola fa un pasticcio, è autogol e sono tempi supplementari, la beffa in pieno recupero. Ma qui sale in cattedra, ancora una volta, il campione.

C’è un altro termine permeato dal lessico sportivo americano, ricco di sfumature e spesso estremamente preciso, ed è clutchness. La clutchness sta nel sangue freddo nei momenti in cui a chiunque bolle nelle vene, è mantenere la calma quando tutti intorno vibrano, quando tutti sentono le vertigini. Bene, se Cristiano Ronaldo lungo tutta la sua carriera è sempre stato un giocatore abbastanza clutch, quell’anno era l’espressione vivente di questo termine. Perché ai supplementari ne firma altri due, mettendo a segno la tripletta perfetta (di testa, di destro e di mancino). Curioso come tutti i 5 gol della doppia sfida sono segnati più o meno dallo stesso punto dell’area, il dischetto del rigore, come a sottolineare le perfezionate abilità nel posizionamento, nello smarcarsi dagli avversari al momento giusto. Finisce 4-2 (segnerà anche Asensio poi), è apoteosi Galactica, è semifinale ed è scontro fratricida con i rivali cittadini dell’Atletico.

È il 2 Maggio e gli spettatori privilegiati vivono un’altra notte da tramandare ai posteri, un altro di quei momenti di Cristianità in cui il classe ’85 decide che il destino debba piegarsi al proprio volere. Dei tre gol, e probabilmente di tutti i dieci segnati in quei due mesi, il secondo della sfida è quello più emblematico. Ronaldo riceve da Benzema al limite dell’area, Filipe Luìs cerca di intercettare la sfera ma rimbalza male, va a finire sui piedi di Ronaldo e non sbaglia. Una scena che restituisce quel senso di ineluttabilità provato un po’ da tutti, come se il pallone avesse una calamita verso i suoi piedi. Altro pallone portato a casa e altra finale prenotata. Il ritorno al Vicente Calderon per l’ultimo ballo continentale di un grande stadio è quasi una formalità, se non fosse che il Real non entra in campo ed è sotto per 2-0 dopo 16 minuti. Ci penseranno Benzema (con una giocata fantascientifica) e Isco (con il gol) a chiudere la pratica al tramonto della prima frazione. CR7 non si sporca le mani e vive una serata in ombra, in attesa di Cardiff. Il Quarto Atto, quello fondamentale.

Ronaldo gol finale Cardiff
Foto: calciomercato.com

Il rapporto tra il portoghese e le finali è sempre stato travagliato, simmetricamente composto da coni d’ombra e punti di luce abbagliante. Mosca 2008: mette la firma di testa nei tempi regolamentari poi sbaglia nella serie dei rigori (ma verrà graziato da John Terry e Anelka). Un anno dopo, a Roma, cerca di risollevare i suoi compagni, ma la perfezione del primo Barça lo butta al tappeto. Lisbona 2014: nella sua vecchia casa gioca una partita oggettivamente brutta, viene salvato da Ramos al ’94, poi però nell’Extra-Time insacca il rigore del 3-1 che chiude tutti i discorsi. Il match di San Siro, già citato, lo vede protagonista ultimo e infallibile dopo 120 minuti negativi. Poi c’è Cardiff.

3 Giugno 2017, senza nessun dubbio la più grande serata della carriera di Cristiano Ronaldo. Juventus-Real è un classico degli ultimi anni e si gioca sempre sul filo della tensione, e quella sera lì non fa eccezione. Passa il Real con CR7, pareggia la Juventus con un meraviglioso rovescio di Mandžukić, poi i fatti ancora oggi nebulosi dell’intervallo condizionano la Vecchia Signora, che non torna in campo e prende altri tre gol dai Campioni in carica che si riconfermano sul tetto d’Europa. Cristiano firma la terza rete da vero opportunista, sbucando tra Bonucci e Chiellini. Non gioca una gran partita fuori dall’area, il portoghese: brilla la stella di Isco, invece, l’altro campione che gioca una stagione meravigliosa e che meriterebbe fiumi d’inchiostro solo per lui. I due goal marchiano la partita di Ronaldo, che alza la Champions al cielo gallese e chiude un’annata iniziata in sordina e finita da dittatore, da monarca assoluto del Vecchio Continente. Ha 32 anni, ma ha la freschezza fisica e gli stimoli di un ventiduenne.

È la stagione perfetta per spiegare alcune cose sul calcio, anche ribaltando i numeri. Quanto a gol fatti, è la sua seconda peggiore in Spagna dopo la prima: segna “solo” 42 reti, una miseria rispetto, ad esempio, alle 60 della 11/12 o alle 61 della 14/15. In Champions League, considerando ancora la sola Madrid, ha segnato più gol in 3 stagioni diverse, mentre in una di queste ha segnato gli stessi 12 gol in una partita in meno. Basterebbe questo a distruggere tutta l’epica attorno a questi mesi. Però 10 gol dai quarti fino alla finale non li ha mai segnati nessuno. Perché nel calcio, e anche nella vita in fondo, contano i momenti. Quei Momenti. In cui Cristiano Ronaldo c’è sempre.

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