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FrogLife Ep. [1] – La Coppa Italia tra le stelle

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29 maggio 2011 e quella Coppa Italia alzata al cielo, l’ultimo inaspettato trofeo della storia recente nerazzurra. Tra i marziani dell’impresa del triplete di 12 mesi prima si distingue qualche volto nuovo, tra cui quello del difensore centrale con la maglia numero 15: Andrea Ranocchia.

Ogni lento passo sul viale colorato dai cipressi che precede il manto verde mi portava più indietro. Sudore, silenzio, pianti, sorrisi, ogni piccolo sacrifcio era un piccolo passo, e ora quei passi resi anonimi dalla pioggia mi avevano colorato il sangue di nero e di azzurro.

In fondo al viale c’era la loro dimora, gli extraterrestri del Triplete, gli alieni appena tornati da Abu Dhabi con in grembo un nuovo trofeo ed una nuova piccola cucitura dorata sulla maglia, “campioni del mondo”. Ora era anche la mia dimora. 

Centocinquanta giorni di silenziosi passi, talvolta coperti dalla nebbia, talvolta ritmati dall’insistente e continuato crepitio della ghiaia. 

L’andatura si fa più sempre meno falciante, l’ampio viale acciottolato si trasforma in un manto mosaicato di tessere alternate, ed in fondo sorge imponente lo Stadio dei Cipressi, lo Stadio Olimpico di Roma.

Le impronte sulla ghiaia si cancellano, e i tacchetti iniziano a calcare il prato verde dell’anfiteatro; il rumore dei passi è ovattato, coperto da un’onda rosanero che instancabile si sbatte su un muro nerazzurro. Al centro troneggia audace un piedistallo, sul piedistallo una coppa. 

La marcia diventa una corsa, il tempo si deforma e novanta minuti diventano un’era, il cuoio si mischia con la terra e il sudore scivola mellifluo sulla fronte. Il muro nerazzurro è troppo imponente per le offensive rosanero, e novanta minuti esplodono in un urlo di gioia e liberazione, i miei passi diventano i nostri passi e si uniscono imperterriti in una diaspora verso il centro del campo, verso la coppa.

Ogni lento passo sul viale colorato dai cipressi, ogni goccia di sudore che scivola seguendo la punta del naso e si spegne sul manto erboso, ogni lacrima sul viso stanco mi portava al centro del campo, verso la coppa, riflessa nel cielo.

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