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Essere Politano

Nell’altisonante campagna acquisti estiva, che ha portato a Milano calciatori del calibro di De Vrij e Nainggolan, il nome di Matteo Politano si è inserito di nascosto tra le pedine dello scacchiere interista, tanto da suscitare qualche perplessità sul valore assoluto del romano e di come potesse essere un profilo adatto ad una variegata competizione come quella della Champions League.  

In una squadra che da un triennio basa le fondamenta del proprio gioco sugli esterni di centrocampo, il giovane classe ’94 sembrava poter essere un discreto sostituto per far rifiatare Perisic, Candreva e Keita, durante quei match a basso tasso di rischio.

E così, qualche mese dopo e con un 2018 che si sta lentamente spegnendo, le carte in tavola si sono mescolate, modificando le gerarchie delineate da Luciano Spalletti. Politano risulta essere l’unico giocatore assieme ad Handanovic ad essere stato impegnato in tutte le partite stagionali, evidenziando come l’ex Sassuolo sia diventato lentamente indispensabile nell’ingranaggio nerazzuro, che dopo qualche anno sembra aver iniziato a muoversi più fluidamente. 

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Foto: toronews.net

Il bagaglio qualitativo di Politano, infatti, si differenzia altamente dalle caratteristiche di giocatori come Ivan Perisic, duttili tatticamente e forti fisicamente. Il funambolico numero 16 è un inventore, un giocatore che predilige aver la palla tra i piedi piuttosto che riceverla in profondità per attaccare lo spazio. Qualità che lo fanno rientrare nella categoria della perfetta monotonia, di cui Arjen Robben e Suso ne sono i promotori. La giocata è sostanzialmente la stessa ed il risultato anche: cross tagliato o tiro sul secondo palo. 

Nell’ultima stagione in forza ai neroverdi, Politano ricopriva un ruolo di leader assoluto, tanto da essere decisivo in entrambe le partite contro l’Inter, rischiando di compromettere la qualificazione alla Champions League che l’anno successivo avrebbe inconsapevolmente disputato. A Sassuolo era libero da qualsiasi vincolo di tipo tattico, potendo svariare all’interno della zona offensiva in sincronia con Domenico Berardi. A Milano, invece, Politano sta rivestendo un ruolo sostanzialmente differente, che lo porta ad essere un costruttore di gioco piuttosto che un finalizzatore.

Il numero 16 arriva alla conclusione con minore frequenza, d’altro canto è molto vivace sulle trequarti, fornendo numerosi assist a chi senza dubbio può essere in grado di concludere a rete. I numeri stagionali evidenziano una media di 2,88 tiri e 2,54 passaggi chiave per 90 minuti a testimonianza della sua mutazione tattica che si discosta dalle giocate messe in mostra la scorsa stagione, quando concludeva una partita con un numero di tiri medio superiore al 3 ed un numero di passaggi chiave inferiore al 2.

Per la prima volta in carriera, la figura di Matteo Politano non è quella di un mago a cui è richiesto di tirare fuori la propria squadre dalle sabbie mobili, anche se spesso la squadra nerazzurra si affida alla delicatezza del suo mancino per sbrogliare le difese avversarie. In tutte le partite si è potuta captare la consapevolezza dell’esterno di poter creare un pericolo ogni qualvolta egli decida di farlo. Non a caso, quella marcia in più che ha reso l’Inter imprevedibile nel primo tempo della partita all’Allianz Stadium contro la Juventus è andata dispersa dal momento in cui Luciano Spalletti ha deciso di sostituirlo.  

L’ex Sassuolo assume le sembianze di costruttore di gioco, subito dietro alla figura di Marcelo Brozovic, vero collante tra i reparti sia in fase di costruzione che in quella di interdizione. Politano completa in media 10 passaggi in più rispetto alle scorse stagioni ed un numero di cross che raggiunge quota 1,3, sensibilmente maggiore rispetto all’ultimo biennio neroverde (rispettivamente 1 e 0,8 a partita). 

Il primo gol di Nainggolan con la maglia dell’Inter su assist di Politano

La sua positiva mutazione, modulata secondo l’idea di gioco di Spalletti, dove gli assist e i cross sarebbero dovuti essere pane per i denti di Icardi e per gli inserimenti di Nainggolan (vedasi il gol del Ninja contro il Bologna), ne hanno profondamente modificato l’essenza tattica dell’esterno romano. Da quando veste la maglia nerazzurra, Politano cerca con meno insistenza il dribbling, fondamentale distintivo nelle passate stagioni e che quest’anno è stato sensibilmente abbandonato. Il numero 16 tenta di superare l’uomo mediamente 2 volte a partita, con una percentuale di successo del 55%; numeri che si discostano da quelli di Sassuolo, dove tentava il dribbling più di 3 volte a partita con una percentuale di riuscita sensibilmente più alta.

Matteo Politano è la nuova mente di un’Inter che lentamente si sta riconquistando quello che la storia nerazzurra meriterebbe. Un’eliminazione dalla Champions League a testa alta, ma che ha un gusto amaro per come la squadra di Spalletti se la sia fatta scappare, e un terzo posto da mantenere saldamente per raggiungere l’Europa che conta ed avvicinarsi alle prime due della classe. In un contesto di innovazione, dove Beppe Marotta ha preso il posto di Amministratore Delegato di una società che sembra promettere ottima stabilità, il funambolico esterno mancino sta interpretando alla perfezione quello che dovrebbe essere l’esistenzialismo interista.

L’esistenzialismo

a cura di Interisti Esistenzialisti

E di esistenzialismo si può parlare proprio al riguardo di Politano. Perché ammettiamocelo, in quanti si erano illusi al contrario? Ovvero che avrebbe rappresentato l’esatto opposto di quello che la sua fino ad ora eccellente parabola nerazzurra ci sta donando: il classico nome – tra i big estivi – per cui ci si sarebbe trovati solo 2 o 3 partite dopo l’esordio a confrontarsi in frasi come “un sopravvalutato”, “soldi buttati, ma c’è almeno il riscatto per mandarlo indietro?” e così via.

Invece Politano ha conquistato subito il tifo nerazzurro, raggiungendo il suo apice esistenziale con uno dei più grandi gesti della storia nerazzurra: la birra presa al volo nella partita contro il PSV, uomo del destino che, a suo modo, aveva rimembrato il momento in cui si era urlato “l’ha presa” per mano, pardon testa, di Vecino.          

D’altronde le contingenze della Champions passavano per quella trama di vissuti che indissolubilmente legava già Politano all’uomo della garra charrùa prima che iniziasse a prenderla, ai fini della Champions stessa, contro la Lazio: era stato proprio l’ex Sassuolo, qualche mese prima dell’apoteosi tottenhamiana, a frantumare per una notte i sogni nerazzurri di ritorno in Coppa, prima che Walter Zenga e il caso iniziassero a giocare con i deboli cuori interisti. Ed è lì che la parabola esistenziale di Matteo Politano, quell’italiano proveniente dal Sassuolo e che nelle speranze migliori avrebbe donato un novello Candreva, inizia a mostrare i suoi tratti distintivi. L’uomo che avrebbe potuto eliminare l’Inter dalla Champions, paradossalmente si rende autore dell’immenso gesto tecnico della presa della birra al volo nell’esordio nerazzurro in trasferta, proprio, nel più ambito torneo europeo.

L’ironia, quella rortyana che non prende sul serio ogni teoria, nel momento in cui questa rispecchia ipotetiche ipostasi metafisiche, c’è tutta. Ed è addosso a quel nome, quasi a volerci dire, canticchiando “tu vuò fa’ o Politano” come segno distintivo di un approccio alla spensieratezza, che incide la contingenza si concretizza in necessario della vita, colmandola di tragica bellezza inattesa.

Matteo Politano, incarnazione di quella purezza dell’atto creativo a cui l’esistenza si sottopone come ribellione dello status quo del quotidiano: questo il suo senso più colmo, più profondo, più interisticamente parlando vero. Una bellissima illusione che, per una volta, riesce a dar fiducia al tifoso, cullandolo nella svolta della negazione di ciò che poteva essere già dato per certo come fallimento. Lasciandosi così scoprire come sorpresa, vero e proprio dono inaspettato, che nell’assurdo di questa condizione chiamata interismo non può che allietare di fronte anche alla peggiore delle crisi. Una “bella novella”, un tragedia che resta tale solo nelle intenzioni, ma che con uno spannung imprevedibile inverte la rotta nel nome, per una volta, concediamocelo, della felicità.

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