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David Beckham, il lord d’Inghilterra

Diventare aristocratico, nell’antichità, era un obiettivo che molte persone si ponevano. Tale qualifica poteva essere accolta tramite meriti diretti, ma spesso si originava a partire da avvenimenti di dinastia legati al mondo della politica e degli antenati. Per definizione il lord è una persona che possiede il titolo nobiliare inglese attribuito ai pari del regno, ai primogeniti della nobiltà e ad alcuni dignitari e funzionari. Un fantastico onore che metteva il possessore nella posizione di guida e di condottiero del paese. Le casate nobiliari si distinguevano, oltre che per un elevatissimo patrimonio, anche per le loro maniere eleganti e delicate. Nel 1975, nella capitale, alla corte dell’intramontabile Regina Elisabetta II del Regno Unito, viene alla luce un paffutello neonato, che ricorderemo come il più famoso dei lord moderni. David Beckham.

Un titolo nobiliare guadagnato correndo sopra ventisei tacchetti piuttosto che in sella ad un cavallo bianco. L’arma letale non era una baionetta o una sciabola dorata, bensì la sua gamba destra, con il suo vellutato piede annesso.

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David Robert Joseph Beckham rappresentato in una foto dell’albo annuale di una scuola londinese

Come tutti i lord che si rispettino, effettua le sue prime corse sui prati verdi di Londra, precisamente nel Borgo di Haringey, dove, tra la fitta nebbia, spunta un centro sportivo all’avanguardia, tinto di nero e di bianco. Tottenham Hotspurs, più comunemente conosciuti come Spurs, sono i genitori adottivi di Becks. Già da adolescente le qualità e il talento rimangono impresse nella mente degli esperti. Un’eleganza ed un’astuzia fuori dal normale per un giocatore così giovane. Il suo cuore, però, come il padre insegna, è sempre stato lontano dalla Capitale. Lui sogna di bianco e rosso, sogna di poter esibirsi nel teatro più bello di sempre, il teatro dei sogni, Old Trafford.

Tutto rose e fiori? Assolutamente no. Il talento del giocatore è evidente agli occhi di tutti. Sono l’atteggiamento e la poca dinamicità a non convincere gli osservatori. Ottiene un provino settimanale a Barcellona, dove può dimostrare di essere all’altezza del calcio più tecnico in circolazione. Fallisce, come fallisce anche la sua esperienza con la maglia del Tottenham. Allora, ridimensionato, inizia a realizzare i suoi limiti, sapendo però che dentro di lui la passione è viva e contiene un mondo di emozioni da far rivivere al grande pubblico. Riparte dal Brimsdown Rovers, squadra allenata dal padre. La lampadina si accende e le gambe iniziano a girare insieme al cervello, facendo fiorire il talento tanto incompreso altrove.

Finalmente. Il sogno di una vita. La grande chiamata. E’ un pomeriggio uggioso, uno come gli altri. David è sdraiato sul letto, fissa il soffitto. Il padre con un sorriso a 32 denti entra in camera e rende tangibile tutto quello che il figlio fantasticava fino a quel momento. “Ti hanno chiamato! Il Manchester United vuole che giochi per loro”. Tutto intorno si ferma. Ci sono solo lui e quello scudetto arancione cucito sulla maglietta, inciso sul petto, che spera un giorno di poter portare sul tetto del mondo.

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Becks in una delle sue prime stagioni al Manchester United

Messo il piede nel grigiore del borgo di Manchester e sistemate frettolosamente le valigie nella sua nuova abitazione, decide di prendere la metropolitana per visitare il centro sportivo della squadra che ha scritto la storia del calcio inglese. È un giorno importante, chiude gli occhi, ed è in quel momento che decide di essere protagonista, anche lui, di quel grossissimo tomo dalle pagine bianche e rosse. A 16 anni molla tutto, famiglia, città e scuola, per dedicarsi interamente a ciò che ama. Nelle giovanili fa furore, alzando titoli e meritandosi la chiamata in prima squadra, dove esordisce ancora minorenne. Una piccola parentesi in prestito al Preston North End, dove non brilla come dovrebbe, nonostante le 2 reti in 5 apparizioni, una su punizione e una direttamente da calcio d’angolo. Il suo cuore ormai non è più in grado di staccarsi dal seno dei suoi colori, dalla sua seconda pelle e così ritorna nella patria adottiva. Da questo momento in poi, sotto l’ala protettrice di Sir Alex Ferguson, la strada diventa in discesa e tutto va come il destino aveva previsto quel 2 maggio del 1975.

6 Premier League, 2 Coppe di Lega, 2 Charity Shield e 1 Champions League. Questo il Palmares completo del lord tra i campi della sua madrepatria. La storia ormai è scritta, il suo contributo risulta quasi ridondante. Così, nel 2003, accetta la proposta dei Galacticos. Sbarca a Madrid dove prende la Blanca numero 23, la stessa del suo idolo Michael Jordan. In quegli anni al Real c’è poco da dire. La squadra è una meraviglia, lui si sposa alla perfezione con la tecnica di Zidane e compagni. Nonostante la netta superiorità, in quel periodo, i fantastici undici sembrano avere un piccolo timore a vincere, quasi a placare il loro talentuoso istinto. Dall’esperienza spagnola, Becks, si porta a casa solamente due titoli, una Supercoppa e un campionato.

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Il numero 23 scelto al Real Madrid in onore del suo idolo Michael Jordan

Successivamente, seguendo il suo processo evolutivo, decide di accasarsi ai Galaxy, negli Stati Uniti. Il calcio americano a quell’epoca è un vero e proprio disastro, sono gli albori dei primi grandi colpi di mercato, con l’unico scopo di far crescere il brand sportivo all’interno del grande stato. Infatti, David Beckham, ad un certo punto della sua carriera, decide di imboccare un sentiero improntato maggiormente sulla sua vita privata, piuttosto che una strada strettamente sportiva. Emblema della bellezza e marito di una Spice Girl, vera e propria icona del marketing. Nonostante la variazione stilistica, decide di contribuire attivamente ai trionfi dei “galattici”, alzando al cielo due campionati a stelle e strisce.

Le parentesi a Milano e a Parigi. Giusto in tempo per dare un assaggio al calcio italiano di una creatura mai vista all’interno dello stivale. Una perfezione umana, sotto l’aspetto tattico, ma anche fuori dal campo, dove entra immediatamente nel cuore dei tifosi infernali. Nella Capitale francese, invece, arriva a fine carriera. Borsa Louis Vuitton a tracolla, sorrisi alle telecamere e una Ligue One, da consigliere più che da attore principale.

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In una notte milanese mette in luce le sue doti di specialista nei calci piazzati

C’è una differenza: giocatore è colui che gioca bene, calciatore è colui che conosce il calcio. Beckham è un calciatore. Ed è un calciatore da calcio totale.

[Arrigo Sacchi]

Chi è David Beckham? Un giocatore sensazionale che ha scritto la storia del calcio. Una tecnica mozzafiato, lampi di genio e cambi di gioco di 40 metri. Punizioni e calci piazzati calibrati alla perfezione, quasi maniacali nei dettagli. Se avete bisogno di un tutorial digitare su internet il suo nome, avrete sicuramente qualche buono spunto.

Chi è David Beckham? Un’icona. Un personaggio, ricordato oltre che per le gesta sportive, anche per l’impero che è riuscito a costruire intorno alla sua persona. Chiedete in giro, anche a chi non segue il mondo del calcio, tutti sanno chi è il biondo londinese.

Chi è David Beckham? Difficile dirlo, impossibile riassumerlo. Un genio indecifrabile. Giù il cappello e chinate la testa, David Beckham il lord di Inghilterra, il lord di una nazione che non è mai riuscito a conquistare.

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