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C’era una volta a…Hollywood

Zlatan Ibrahimović è una stella hollywoodiana. Se nel 2018 il gigante svedese non fosse arrivato nella Major League Soccer, l’élite del calcio statunitense, Hollywood avrebbe sicuramente adattato le sue gesta in un blockbuster. Il motivo è semplice. Zlatan Ibrahimović è l’eroe americano moderno. Se il campione svedese non fosse esistito, l’avrebbero inventato loro. L’origine storica degli Stati Uniti d’America è un genocidio, non esattamente il preludio migliore per una narrazione eroica. Per questo motivo, gli americani non possono attingere alla loro storiografia per raccontare imprese leggendarie. Servono eroi moderni e una comunicazione evoluta per diffondere una virtuosa idea di etica americana. Priva di una storia originale leggendaria, l’epica americana trae dalla cultura sportiva eroi e imprese mitiche. La leggenda di Zlatan Ibrahimović inizia più o meno così.

A Rosengård, un sobborgo di Malmö nel sud della Svezia, somali, turchi, jugoslavi, polacchi, arabi e svedesi (pochi per la verità) si mischiavano senza problemi. Non era il Paese dei genitori che importava, ciò che contava realmente era il campetto in cui giocavi. Zlatan giocava a Törnrosen, il campetto degli zingari. Era un figlio di immigrati come la maggior parte nel ghetto di Rosengård. Padre bosgnacco e madre croata, Zlatan abitava al quarto piano, al numero 5c di Cronmas väg. Quando nel 1995 la furia di Ratko Mladić si abbatteva con violenza omicida su Srebrenica durante le guerre jugoslave, Zlatan aveva quasi quattordici anni e venne acquistato dal Malmö FF. 

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Foto: ilposticipo.it

Zlatan è diverso. Lui è un duro di Rosengård. Se non lo fosse stato, probabilmente Zlatan sarebbe rimasto solo uno zingaro, uno dei tanti del campetto a Törnrosen. Nelle giovanili del Malmö FF, Zlatan era l’adolescente indisciplinato che sbraitava con l’arbitro e inveiva contro i suoi compagni. Occasionalmente li prendeva pure a testate, salvo poi correre in bicicletta fino all’ospedale per chiedere scusa.  Zlatan ha Rosengård stampato sul volto, ma la grandezza di un eroe è la capacità di trasformare una situazione di apparente svantaggio in una seconda occasione, non senza sofferenza. Uno come lui doveva allenarsi dieci volte più duramente degli altri, altrimenti non aveva nemmeno una chance. Zlatan è diverso. Lui è un duro di Rosengård, ma quella era la sua identità, la sua forza.

La vita calcistica di Zlatan Ibrahimović non poteva che concludersi a Los Angeles, la città degli angeli e del distretto di Hollywood, la galassia delle stelle del cinema americano. Per la cultura americana, lo sport ha un ruolo educativo. Di conseguenza, l’istruzione americana non ha mai delegato l’insegnamento della pratica sportiva, e nessun’altra istituzione americana, cinema compreso, si è mai permessa di sottostimare la rilevanza sociale dello sport. Per questo motivo, il cinema americano non ha mai approcciato lo sport in maniera parodistica. Il cinema americano diventa l’evoluzione moderna della poesia omerica, un’opportunità per trasmettere principi morali e comportamentali raccontando le gesta di sportivi leggendari e mitologici. Robert De Niro è Jake LaMotta in Racing Bull, Russel Crowe è James J. Braddock in Cinderella Mane Sylvester Stallone è il mitologico Rocky. In Italia, Lino Banfi è il goffo allenatore della Longobarda Oronzo Canà.

Senza Hollywood, Los Angeles non sarebbe la dimensione giusta per Zlatan Ibrahimović. Lui non è mai stato un angelo per un motivo molto semplice. Nelle tradizioni religiose, gli angeli servono e assistono Dio. Perciò, perché Zlatan Ibrahimović dovrebbe assistere sé stesso?