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Catenine, codino e sigari

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Comprendere le icone del calcio, dal Divin Codino a Maradona, attraverso i loro accessori più inconici

Nel calcio essere icona e iconico è, anche, una questione estetica. Per questo motivo parlare del calcio come l’esportazione di una semplice pratica sportiva britannica nel mondo è una lettura acritica del fenomeno calcio. La storia del calcio è anche quella di un’espropriazione risultante da un processo di acculturamento, ibridazione e personalizzazione del gioco tanto tecnica quanto culturale. Oggi il calcio è investito da un processo di standardizzazione nel quale l’estetica equivale a una piatta adesione del gusto della maggioranza, salvo rari casi. Tuttavia, sfogliando a ritroso le pagine della storia del calcio, è possibile incontrare sportivi iconici tanto nel gioco quanto nello stile. 

fonte: bbook.com

Diego Armando Maradona

“I love people being the maximum version of their character, I love people being themselves”. Se nella storia del calcio c’è un giocatore che più di ogni altro è l’effige del credo che Kanye West rivelò a David Letterman nel 2019, questo è Diego Armando Maradona. Testa calda, con una patologica inabilità a tollerare qualsiasi forma di disciplina, l’unica creatura che Maradona ha mai amato e trattato con rispetto è il pallone.

Il calcio, invece, El Pipe de Oro l’ha sempre vissuto con distacco, sfruttandolo quasi per necessità e per amore del popolo più che per rispetto delle sue dinamiche. Maradona è tutto quello che un calciatore vorrebbe essere, ma la prima cosa di cui ha paura. “In campo come nella vita” salmodiava Nereo Rocco, e lo stile glitterato e brillante di Maradona, tanto nel modo di giocare quanto nel modo di vestire, ne è la conferma. Maradona è oltraggioso ed esagerato, le sue catene hanno una pesantezza gotica e il loro tintinnio introduce solennemente una maschera blasfema a metà tra un’altra icona rivoluzionaria argentina, il Guerrillero Heroico, e Jep Gambardella, re dei mondani per mancanza di alternative altrettanto stimolanti più che per indole. Orecchini, anelli e bracciali ne fanno un genio esotico ed esoterico impossibile da emulare tanto dentro quanto fuori il rettangolo verde. 

fonte: FIFA

Roberto Baggio

Roberto Baggio è il partner che, pur tradendo, non puoi fare a meno di amare. Chi non ne ha assecondato il genio e compreso la fragilità dell’uomo lo ha vilificato e poi ostracizzato. Viceversa, chi ha favorito il suo genio e protetto l’uomo ha concesso a tutti i suoi amanti di godere di lui ancora un po’. Con Maradona condivide l’essere rivoluzionario, ma non i metodi. Come se fosse una cerimonia del tè giapponese, chadō, la rivoluzione del Divin Codino è silenziosa e intima, ogni gesto è compiuto con la massima riservatezza, leggerezza e rispetto di sé.

Ogni rivoluzione ha il proprio metodo e anche i propri mezzi. La coppola portata alla rovescia, l’orecchino ad anello, la fascia a strisce orizzontali blu, gialla e rossa (i colori della scuola buddhista Soka Gakkai) e i capelli: lunghi e sciolti ai tempi di Vicenza e Firenze, raccolti nel famoso codino dai tempi di Torino. A Usa ’94 una cameriera afroamericana acconciò il codino a treccine decorandolo con piccoli nastri colorati, un rito sciamanistico il cui incantesimo si spezzò in un afoso pomeriggio di luglio a Pasadena. Nel ’97 la rasatura dei capelli sancì l’inizio di un nuovo Baggio, un rito autoimposto quasi come penitenza con il quale il ragazzo di Caldogno disse addio al campione globale per ricominciare dalla provincia e infine fermarvisi.

Marcello Lippi

È l’icona del riscatto mondiale del 2006 e del fallimento della campagna sudafricana quattro anni più tardi. Il viareggino trionfa a Berlino nello stadio che fu il palcoscenico del trionfo olimpico dell’Italia di Pozzo, a metà strada tra le vittorie mondiali del ’34 e del ’38. Soprattutto, come in Spagna nel 1982, l’Italia vince quando la reputazione della nazionale è minima e l’autostima è sotto i tacchetti. Lippi cementa la squadra e allontana le prime donne concentrando l’attenzione mediatica su di sé.

La nazionale deve fare gruppo, accantonare le rivalità interne e spingere nella stessa direzione per superare l’incubo del momento e liberarsi dalla psicosi della catastrofe. Tabagista come Bearzot, alla pipa del Vecio, Lippi preferisce il sigaro, meglio ancora se accompagnato a un buon bicchiere di whisky. Con l’arroganza di Tony Montana, polo sbottonata per mostrare il petto gonfio e l’oro scintillante delle catenine, il ct accende orgogliosamente il suo sigaro dopo il rigore trasformato da Grosso. Quella notte, però, il sigaro mondiale è quello avidamente assaporato al buio dei riflettori, nella sua stanza d’albergo, accompagnato a un bicchiere di whisky e il dvd della cavalcata azzurra.

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