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Adrian Doherty, il miglior numero 7 dello Utd che non avete mai visto

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9 Giugno 2000, ad Amsterdam un ragazzo nordirlandese muore dopo un mese di coma. 30 giorni prima era caduto in un canale della città olandese mentre si recava a lavoro, il giorno seguente avrebbe compiuto 27 anni, il suo nome è Adrian Doherty.


Contemporaneamente e poco lontano da Amsterdam, la nazionale inglese si trova in ritiro per preparare l’europeo che si sarebbe disputato proprio tra Olanda e Belgio, e tra loro vi è una ricchissima rappresentanza di giocatori del Manchester United, d’altronde solo un anno prima quei giocatori avevano vinto il leggendario treble, o per dirla alla “Mourinhese” triplete.
All’interno dell’enclave red nel ritiro dei tre leoni vi sono però dei giocatori che hanno condiviso molto di più che lo spogliatoio di Old Trafford, loro infatti si conoscono dall’adolescenza passata proprio nelle giovanili dei Red Devils, sono David Beckham, i fratelli Gary e Phil Neville e Paul Scholes, loro 4 sono approdati in prima squadra nello stesso momento e dopo aver vinto praticamente tutto a livello giovanile.


Ai 4 perni della nazionale di sua maestà si aggiungono un gallese, Ryan Giggs, e un altro inglese Nicky Butt che probabilmente in quei giorni si godono il meritato riposo tra Ibiza, Formentera o le Maldive.
Becks, i Neville, Schoolesy, Giggsy e Butt formano quella che passerà alla storia come la classe del 92, ora sono soci in affari, personaggi conosciuti, opinionisti o allenatori ma più che altro sono 6 amici.
La nostra storia ha ora 7 personaggi, già vi eravate dimenticati il povero Doherty, e probabilmente lo avevano fatto in tanti in quel momento, tranne la Classe del 92.

l'allenatore delle giovanili del Manchester United, Eric Harrison, fotografato con dei giovanissimi Ryan Giggs, Nicky Butt, David Beckham, Gary Neville, brother Phil Neville, Paul Scholes e Terry Cooke nel 1992
La classe del ’92: mister Harrison, Ryan Giggs, Nicky Butt, David Beckham, Gary Neville, brother Phil Neville, Paul Scholes and Terry Cooke


Adrian Doherty era stato “The doc”, era stato un lavoratore di un impresa di traslochi in Olanda, era stato un corpo attaccato ad un respiratore ma era stato anche il più grande talento che Sir Alex Ferguson avesse visto sbocciare dalle giovanili del club di cui è ancora oggi la leggenda assoluta, di quella squadra formata dai nomi che vi abbiamo ricordato in precedenza era il talento più fulgido e cristallino.


Gli aneddoti sulle sue prodezze raccolti da Oliver Kay nel suo bellissimo “Forever Young” si sprecano, Doherty era un’ala vecchio stile tutta dribbling e velocità, saltava palla al piede qualunque ostacolo, spiccava in una squadra che aveva una quantità di talento clamorosa, era pronto a ricevere sulle sue spalle quella “7” che ancora non era mito.


Di quella squadra qualunque tecnico delle giovanili dello Utd avrebbe puntato su 3 giocatori, Giggs che aveva velocità ma doveva migliorare sul piede debole, Scholes che aveva due ottimi piedi ma peccava di rapidità e Doherty che beh, aveva tutto.
Quel ragazzo dalle lentiggini e i capelli rossi che persino nelle foto dell’epoca sembra timido e impacciato, in campo si trasformava e fuori non era come gli altri, non scappava nei pub dopo le partite, non passava da una conquista femminile all’altra, adorava la lettura, la poesia e Bob Dylan, tanto che su Youtube è ancora presente una sua esibizione amatoriale proprio sulle note del suo idolo.


Sir Alex si accorge del ragazzo e a nemmeno 17 anni lo porta ad allenarsi con i grandi, prevedendo di farlo debuttare entro la fine della stagione, sui giornali già si parla di lui, viene definito come il nuovo George Best, un associazione che per ruolo, origini e qualità sembra a tutti pienamente azzeccata.


Ma proprio qualche settimana prima dell’esordio accade l’incomparabile, “The doc” gioca una partita delle riserve, si fa male e il responso è quello che nessun calciatore vorrebbe sentire: rottura dei legamenti.
7 mesi sono lunghi da passare, ma nessuno dubita sulle doti del ragazzo e d’altronde a quell’età si può recuperare in fretta, ma la sorte volta ancora le spalle a Doherty, al primo match infatti il ginocchio cede di nuovo.
Dopo un anno di stop torna a calcare i campi di Carrington (il centro di allenamento del Manchester Utd) ma tutti vedono che non è più lo stesso, le doti sembrano svanite, quel coraggio e quella fiducia nelle sue doti scomparse.


Il ragazzo decide di lasciare il calcio, sebbene i suoi genitori ancora oggi rimproverino al club di non aver fatto abbastanza per aiutare il loro figlio, Adrian accetta il suo destino con serenità, ha capito prima dei tecnici che quella strada è finita ma è sicuro che tante altre sono pronte ad aprirsi davanti a lui.
Probabilmente non avrebbe mai alzato un trofeo, ma avrebbe continuato a vivere la sua vita anche lontano da quello che per lui non è stato mai niente più di un gioco, avrebbe letto ancora Rimbaud, avrebbe discusso con qualche avventore di un caffè letterario dei lavori di James Joyce e si sarebbe scatenato sul palco al ritmo di “Knockin’on heaven’s door”.
E anche quando la vita lo aveva portato a un lavoro decisamente lontano da quello che Alex Ferguson prediceva non aveva storto il naso, sapendo che probabilmente nessun giornale avrebbe più raccontato le gesta del nuovo George Best.


A dirla tutta si sbagliava, qualche trafiletto riportò la notizia della sua morte proprio negli stessi giornali in cui venivano esaltati i suoi ex compagni di squadra, che forse dai loro ritiri un pensiero a “The doc” l’avevano fatto.



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